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20 aprile 2023

Danny Brown & JPEGMAFIA - SCARING THE HOES (2023)



SMOOTHIE HIP-HOP

Danny Brown & JPEGMAFIA

SCARING THE HOES • CD/LP PEGGY • 14t-36:19

La copertina non fa il monaco! Letteralmente. E chi, guardando quella di “SCARING THE HOES”, si aspetterebbe una cosa retrò/old skull/raregroove ‘70’s fortemente funkeggiante, in stile Blaxploitation, sbaglia totalmente indirizzo. Di grosso. I due MC americani ci stanno parlando dal futuro (come se fosse pensato negli anni ‘90) nel modo più caotico (e distopico) possibile: Lean Beef Patty ce lo fa capire subito, centrifugando un hyper-jungle ipertrofica, ultra spezzettata. Ma il doping scorre vigoroso nelle vene di tutto il disco: che sia dubstep noise (Steppa Pig), retrofuturismo esotico con comete che stanno arrivando (la title-track); breakbeat da cantiere edile meccanizzato (Garbage Pale Kid), oppure drum'n'bass centrifugate (Fentanyl Tester) con tanto di fanfare (Burfict!), il risultato non cambia: tutto suona pompato e pomposo. Siamo nel bel mezzo di una giungla d’asfalto, con saturazione massima, dalla quale è impossibile chiedere benessere mentale, neanche quando ‘emergono’ lacerti di G-funk (Shut Yo Bitch.. e Orange Juice Jones) briciole di soul (Kingdom Hearts Key) o spilli di dance-funk (God Loves You e Run The Jewels(!)). Danny Brown (più stridulo che mai) e JPEGMAFIA sono due rompipalle che si autosabotano di continuo, non riuscendo mai a finire quello che hanno iniziato (Jack Harlow Combo Meal); mandando a fanculo il metronomo (HOE) ed i nostri fragili nervi (Where Ya Get Ya Coke From). Technocratico, irritante, bellissimo! [8.1] Marco Giappichini

 

12 maggio 2022

Thomas Dollbaum • Wellswood


CD/LP Big Legal Mess • 8t-41:22

Ascoltandolo, non facciamo fatica ad immaginarcelo con la pialla in mano (e con indosso una salopette e una berretta hipster di ordinanza), magari mentre fischietta quello che un giorno diventerà il ritornello di Strange, questo falegname di stanza a New Orleans che nel tempo perso si diletta a scrivere canzoni folk con il piglio indie-rock (oggi forse un po’ andato) candido e bamboccione della generazione nata artisticamente a cavallo tra gli anni zero e i dieci. A giudicare da questo primo risultato scalfito sul vinile non è tempo del tutto sprecato quello che Thomas investe nelle sue velleità musicali: “Wellswood” è un disco lucidissimo nella sua purezza, dedicato alla sua nativa Florida e ai moderni cercatori d'oro che in quella in quella terra promessa, considerata una sorta di Paradiso nel Paradiso (gli USA), vanno cercando fortuna (giovani squattrinati, briganti, truffatori, ragazze da marciapiede e, soprattutto, pensionati). Ovviamente la disillusione è dietro l'angolo. E sta qui il bello: “Nothing good comes from Florida, including you” si rivolge indulgentemente a sé stesso Dollbaum in una Florida (manco a dirlo canzone manifesto del disco) che parte springsteenianamente intima ma che non fatica a scoppiare di rabbia e risentimento tra chitarre scivolose e violini sostenuti. La voce nasale e sofferta di Thomas (un po’ Oldham e un po’ quel cantante lì che avete sulla punta della lingua) ha la tonalità giusta per cesellare, artigianalmente, storie di vite perse sopra ballate elettriche (God’s Country), r’n’b alla vecchia con falsetto (All is Well), irrequiete cavalcate younghiane (Gold Teeth) e lentoni post-grunge di rara intensità (Moon). Per i fan dell’indie-folk che flirta con l’alternative, pensando a gente come Grant Lee Buffalo, Gomez e Dan Mangan (e potremmo citarne altri mille, ma ci siamo capiti). (7). Marco Giappichini

10 dicembre 2021

Sam Fender • Seventeen Going Under

Cd/Lp Polydor • 11t-43:17

Voce nasalmente acuta, ricca di quella grinta un po’ generica che fa sobbalzare i seggiolini di x factor; storia alle spalle intrisa di pietas da tv del dolore (sembra che per colpa di una malattia stesse per tirare il calzino a soli 22 anni); già vincitore di dischi d’oro e candidato ai Brit Award col precedente debutto del 2019 e altre amenità biografiche assortite metterebbero subito in fuga qualsiasi lettore di questa rivista, anche il più ben predisposto. Ma se volete provare a tagliare questa ingombrante patina che ammanta lo scozzese per vedere cosa c’è sotto troverete un disco pop/rock sfarzoso figlio dell’epica da stadio Springsteen/U2/ArcadeFire contemplante melodie sciroppate, sax arrapanti e ammiccanti tessiture intrise di xilofoni e tanto soul bianco (mettiamoci dentro anche il conterraneo Nutini). Senza troppe pretese provateci: vi ritroverete compiaciuti a canticchiare sovrappensiero, magari mentre state tornando a casa dopo una dura giornata di lavoro, almeno tre o quattro canzoncine cariche di pathos niente affatto disdicevoli. Contro il logorio della vita moderna (ma non troppo). (6/7) Marco Giappichini   

2 dicembre 2021

Girl in Red • If I Could Make It Go Quiet / Alfie Templeman • Forever Isn’t Long Enough

Etichette come la AWAL cercano di vivacizzare il saturo mercato musicale per giovani alternativi-generici vampirizzando le spinte e gli umori che provengono da un certo tipo di indie-pop elettronico fichetto (un po’ estroverso e un po’ da cameretta) shakerandolo e normalizzandolo. Il clamoroso successo di Billie Eilish ha acuito questo processo contribuendo a creare una pletora di cloni teen-pop spesso indistinguibili gli uni dagli altri. Emerge sicuramente da questa marmaglia la norvegese Marie Ulven Ringheim in arte Girl in Red (nata nel 1999) che addirittura ruba a Eilish il di lei fratello Finneas e lo mette alla produzione (guardatelo all’opera nel bel doc. “Billie Eilish: The World's a Little Blurry” e capirete bene chi si celi dietro il boom della sorellina). Il successo di una manciata di precedenti singoli ha reso attesissimo questo “If I Could Make It Go Quiet” (AWAL Recordings Ltd • 11t-33:10), sorta di operetta morale che riassume l’anno appena trascorso da Marie che nel frattempo chiusa nella sua stanza si è cibata, come fosse junk-food, di tutto quello che ha trovato in giro tra web e Tv: urban-pop con tanto di chitarrine flanger ipnagogiche (. detta Period), fumettoso electro-punk sfacciatamente sbarazzino (You Stupid Bitch), hip-pop contro il logorio della vita moderna (Serotonin), hit ispirate a “trasgressivi” serial (Rue è nata vedendo Euphoria). Sinceramente non esaltante quanto l’originale a cui aspira ma, riaggiornata la formula teen-rock che sancì vent’anni fa il successo di fanciulle come Avril Lavigne o Pink, c’è una sincerità inquieta e una certa freschezza compositiva che lo differenzia da prodotti pop coevi costruiti a tavolino (6/7).

Era atteso da orde schiumanti di post-millennials anche “Forever Isn’t Long Enough” (AWAL Recordings Ltd • 8t-30:01) del chiacchierato inglesino Alfie Templeman (classe 2003) che aveva fatto parlare di sé (lasciando intravvedere qualcosa di buono) con la cliccatissima Stop Thinking (About Me) sfornata quando aveva ancora sedici anni. L’album è un concentrato di quello che “before it was mainstream era l’umore vaporwave/chillwave di qualche annetto fa e che viene qui centrifugato, rimasticato e risputato in modo del tutto conformista, mutuato sotto la recente lezione di The Weeknd (anche se lì i risultati sono alt(r)i grazie anche a un certo Daniel Lopatin alla consolle). Suonano molto posticce queste basi mid-tempo funkeggianti dove paradossalmente, come noblesse oblige in (super)produzioni di questo tipo, è difficile trovare una mezza canzoncina da cantare sotto la doccia. Con poche varianti sul tema (l’introversa One More Day è la cosa più riuscita), sembra una suite lunga 30 minuti anche se il risultato temo non dovesse essere questo. Alfie pecca di hybris pensando che il groove e il lavorio dietro al mixer valgano più della scrittura in sé stessa, peccato esiziale commesso non solo da lui ma da una schiera di giovani producers contemporanei che molto spesso scompaiono, non a caso, in un battito di un ciglio. Parafrasando il titolo: ancora il ragazzo ha tutto il tempo a sufficienza per fare sicuramente di meglio. (5) Marco Giappichini

27 aprile 2021

a/lpaca • Make It Better


We Were Never Being Boring Collective • 9 t-41:00

Grazie al cielo di italiano hanno ben poco questi a/lpaca da Mantova che cantano in un gracchiante inglese credibile e tirano dritti come un fuso tra space-rock, kraut e garage psichedelico. Un’ira di dio insomma. L’illuminazione discende direttamente dai padri putativi del genere (Hawkwind e Stooges su tutti) ma non vengono affatto disdegnate le nuove varianti sul tema (Thee Oh Sees, Ty Segall e soprattutto King Gizzard nel cantato). Il disco di debutto ruota intorno al concetto di beat e sull’importanza purificatrice e rigenerante del ritmo: concetti espressi senza troppi giri di parole, ma con la sola forza evocativa della propria potenza, nell’uno/due di Beat Club e Make it Better. La tensione si taglia con un coltello e non fai in tempo da rialzarti dal K.O. di questi incendiari twist iniziali che partono danze innodiche tramutatesi in riti orgiastici (Inept), boogie mefistofelici da ballare intorno a un fuoco sacro (Hypnosis), motorik ballati da dervishi che ruotano per le troppe sostanze psicotrope assunte (Chameleon) e stralunate filastrocche muscolari dove il titolo ti fa capire subito dove andiamo a parare (I Am Kevin Ayers). Il catatonico finale di Lokomitiv è l’esatto opposto di quello che definiresti un happy end (ma sinceramente non ci avevamo neanche sperato). Le cose belle non hanno patria e difatti Make It Better esce e viene distribuito da una label italo-statunitense, una tedesca e una inglese. Non rimane altro che augurargli spassionatamente di farsi abbracciare prima possibile dai club di mezza Europa e non solo (7/8). Marco Giappichini

28 marzo 2011

Good News From Dixie’s Land, parte seconda

Lucinda Williams - Blessed - Lost Highway 2011.

Ecco un diamante grezzo della Dixie’s Land: Lucinda Williams. Da più di trent’anni questa figlia del Sud ha saputo toccare le più fragili corde del nostro animo con la sua arte sonora , grazie ad un songwriting che narra di disperazione, amori, perdite, cadute e resurrezioni, con una voce indolente e sofferta che è figlia del padre di tutti i beautiful losers, Hank Williams. Questa Dixie Lady ha pubblicato uno degli album più belli della sua già gloriosa carriera, Blessed, quasi una summa della sua estetica musicale, disco in perfetto equilibrio tra tempi rock e dolenti ballate, tra spirito country e contaminazioni black. E su tutto spicca la qualità sopraffina di queste canzoni. Si parte energici con il rock di Buttercup, ci si commuove con Copenaghen, ballad che è pura emozione in forma di note, dedicata al suo manager Frank Callari, scomparso il 26 ottobre del 2007. Uno dei brani più belli dell’album è Born To Be Loved venata di blues, con un lavoro delizioso di Rami Jaffee all’organo Hammond a cui risponde in maniera sopraffina uno strepitoso Greg Leisz alla chitarra elettrica. Ma il momento più alto del disco è quella Seeing Black dedicata, in modo amorevolmente rabbioso, al grande Vic Chesnutt. La rabbia di un’amica a cui non è piaciuto per niente il modo in cui Vic se n’è andato, lasciando un grande vuoto dietro di sé (sono parole che la nostra ripete in tutte le interviste, se interpellata sull’argomento). Lucinda quando canta “ When you made the decision to get off this ride/Did you run out of places to go and hide/Did you know everybody would be surprised/When you made the decision to get off this ride” esprime il dolore di tutti gli amanti del grande Chesnutt e l’eterna, umana incapacità di accettare la morte: semplicemente da brividi. E se questo non bastasse ci pensa un incredibile Elvis Costello a chiarire definitivamente la dolorosa incredulità del testo di Lucinda con un assolo di chitarra di rara intensità. Insomma un disco consigliatissimo, da ascoltare ad occhi chiusi, per trovare la strada che ci porti fuori dal tunnel del dolore, per uscire a rivedere la luce di una possibile palingenesi. To Be Born Again.

Voto: 29/30

Josh T. Pearson – Last Of The Country Gentlemen – Mute 2011.

Storie del Sud, storie che narrano di un’ umanità in cerca di se stessa. Josh T. Pearson nel 2001 si fa conoscere come leader dei Lift To Experience, pubblicando uno splendido album, The Texas-Jerusalem Crossroads. Poi più nulla. Ecco che ricompare dieci anni dopo, con una barba che manco un patriarca e, quasi in solitario, pubblica un disco intenso ed essenziale, frutto di un songwriting fragile e crepuscolare. Un album che fa sua l’estetica musicale di Townes Van Zandt, scarnificandola però all’osso. I brani di questo disco sono lunghi, acustici, mettono a nudo i tormenti di un amore finito (come nella superba Woman, When I've Raised Hell), le passioni e i conflitti interiori del suo autore, quasi in uno stream of consciousness. A volte sono resi ancora più struggenti dalla presenza degli archi (come il violino nella meravigliosa Country Dumb) . Un disco difficile, lento, oscuro, da ascoltare con attenzione, maledettamente coraggioso nei nostri tempi veloci. E proprio per questo prezioso e memorabile.

Voto: 28.5/30


Massimo Daziani

23 gennaio 2011

My Favorite Things, ultimo atto

Eccoci all’epilogo della superclassifica 2010 divisa per “labili” categorie... Nel precedente post, durante il taglia e incolla, ho dimenticato di inserire il breve commento sui Black Keys (giustamente entrati nella categoria New Classics), autori dell’ottimo Brothers (Nonesuch). Come sempre sono pronto a rimediare, dicendovi che il nostro duo sforna un disco maturo di blues rock contaminato da interessanti iniezioni di funk e soul. Buona lettura e arrivederci a gennaio 2012…

Il Ritmo Dell’Anima

Aloe Blacc - Good Things - Stones Throw ; Asa - Beautiful Imperfection – Naïve ; Blundetto - Bad Bad Things - Heavenly Sweetness ; Gil Scott-Heron – I’m New Here – XL ; JJ Grey & Mofro – Georgia Warhorse – Alligator ; John Legend And The Roots - Wake Up! – Columbia ; Kings Go Forth - The Outsiders Are Back - Luaka Bop ; Mavis Staples - You Are Not Alone – Anti ; Michael Leonhart & The Avramina 7 - Seahorse and The Storyteller - Truth & Soul ; Sharon Jones & the Dap-Kings – I Learned the Hard Way - Daptone Records ; Shawn Lee - Sing A Song - Ubiquity Records ; The Duke And The King – Long Live The Duke And The King ; The Roots - How I Got Over - Def Jam ; Toots And The Maytals - Flip And Twist - D&F Records.
Si parla di rhythm and blues, di musica soul, di ritmi caraibici, di musicisti che prendono ispirazione dalla tradizione musicale afroamericana. Cominciamo con un’artista nigeriana, Asa; a Lagos la nostra ha avuto modo di ascoltare i grandi del soul (Marvin Gaye e Aretha Franklin in primis), ma anche Fela Kuti e il reggae. E nel suo disco tutte queste influenze convivono con brio e leggerezza. Dalla Francia arriva una delle band reggae più intriganti del 2010, i Blundetto; in realtà la musica giamaicana è solo il punto di partenza per un suono che si lascia tentare anche dal soul, dal funky e dal jazz. Sharon Jones, accompagnata dagli impeccabili Dap-Kings, porta le lancette del tempo agli anni 60 con un soul elegante e romantico, sporcato qua e là da vigorose iniezioni di funky. Gil Scott-Heron è di nuovo tra noi e sta bene: tanto basta per emozionarsi di nuovo con la sua arte sonora. Il geniale produttore e multistrumentista Shawn Lee, facendosi aiutare da alcuni suoi amici cantanti, è riuscito a creare un potente disco di funk&soul con venature psichedeliche. Simone Felice, con i suoi The Duke & The King, sposta l’elegante folk rock degli esordi verso lidi sempre più soul. Il disco dei Kings Go Forth è un concentrato di pura energia funky & soul, mentre il mitico Toots con i suoi Maytals continua a sfornare deliziosi album dove il reggae e il soul di scuola Stax vanno amorevolmente a braccetto. I veterani dell'hip hop, the Roots, oltre a partecipare allo strepitoso disco di John Legend, sfornano un altro capitolo della loro eccezionale storia musicale: pura classe, grandi musicisti. E per finire una splendida anomalia: Michael Leonhart. Questo artista, dopo un’illustre carriera di arrangiatore-produttore-musicista a fianco di nomi che fanno tremare i polsi (Steely Dan, Brian Eno, David Byrne, tanto per citarne alcuni), registra un disco di difficile catalogazione. Nell'album troviamo ritmi afro-beat, spruzzate di funk, dolci ballate, jazz che filtra con atmosfere psichedeliche e suoni etno. Per creare questo sound proteiforme Michael si fa aiutare da membri dei Dap-Kinks (l’anima soul-funky), degli Antibalas (l’anima afro-beat) e dei TV On The Radio (tutto il resto..). Un disco stupefacente, pieno di sorprese musicali, suonato meravigliosamente e colpevolmente ignorato dalla critica musicale. Degli altri si è già parlato in fase di recensione…

New Sounds Of Tradition

Afrocubism - Afrocubism - World Circuit ; Alasdair Roberts - Too Long In This Condition - Drag City ; Ali Farka Tourè & Toumani Diabatè - Ali & Tourè - World Circuit ; Bellowhead - Hedonism – Navigator ; Chumbawamba - ABCDEFG – Westpark ; Dirtmusic - BKO – Glitterhouse ; Imperial Tiger Orchestra – Addis Abeba – Mental Groove ; Lobi Traoré - Rainy Season Blues - Glitterhouse Records ; Lokua Kanza - Nkolo - World Village ; Marcos Valle - Estatica - Far Out ; Sierra Leones Refugee All Stars - Rise & Shine – Cumbancha ; Victor Démé - Deli - Chapa Blues ; Vinicius Cantuaria - Samba Carioca – Naïve ; Up, Bustle & Out - Soliloquy - Ninja Tune.
Musica della tradizione che viene interpretata da artisti contemporanei con moderna sensibilità. Partiamo con uno splendido incontro fra due mondi musicali, l’Africa e il suono cubano: in una parola sola Afrocubism. Ali Farka Tourè e Toumani Diabatè, due maestri della musica maliana; si recuperano loro registrazioni risalenti al 2005, anno di pubblicazione dello stupendo In the Hearth of the Moon e abbiamo un nuovo piccolo gioiello… Chris Eckman, oltre che averci deliziato con i suoi Dirtmusic (da me recensiti in autunno), si dimostra abile e sensibile produttore avendo voluto pubblicare un disco di un grande artista maliano ormai scomparso, Lobi Traorè; fatevi pure avvolgere dalle splendide e ipnotiche spire sonore del suo blues ancestrale per sola voce e chitarra. Victor Démé, musicista del Burkina Faso, si dimostra ancora una volta artista eclettico, capace di creare un’opera multiforme che si fa influenzare volentieri dai suoni occidentali, senza tradire le sue radici musicali. Per fare ethio-jazz non bisogna necessariamente essere nati in Abissinia. Basta ascoltare gli svizzeri Imperial Tiger Orchestra per avere una conferma di questa mia affermazione; il loro disco, pur essendo figlio della musica di Mulatu Astatkè, risulta più coinvolgente dell’ultima deludente fatica discografica del grande compositore etiope. Lokua Kanza, strumentista preparato e cantante superbo, è autore di una musica eterea che parte dalle suggestioni sonore del suo natio Congo, per approdare a lidi musicali di estatica bellezza. Come sempre la musica può lenire grandi dolori; è accaduto ai musicisti della Sierra Leones Refugee All Stars, incontratisi in un campo profughi della Guinea, durante la terribile guerra civile che ha devastato il loro paese: quasi per reazione a tanto dolore, la loro musica risulta positiva e solare, così contaminata dai suadenti ritmi del reggae. Alasdair Roberts, Bellowhead e Chumbawamba possono essere accumunati per la rilettura che fanno della tradizione musicale anglo-scoto-irlandese: più rispettosa del passato quella del menestrello scozzese Alasdair, più variopinta e bandistica quella dei Bellowhead, sarcastica e anticonvenzionale quella dei Chumbawamba. Due campioni della musica popolare brasiliana lasciano il loro segno anche nel 2010: Vinicius Cantuaria, con un disco di elegante bossa nova velata di jazz (grazie anche all’apporto di Bill Frisell e Brad Mehldau) e il veterano Marcos Valle, autore di una bossa nova più pop, con sfiziosi innesti psichedelici, ritmi samba e tentazioni funkeggianti. Gli Up, Bustle & Out contaminano il loro trip hop con suoni provenienti dall’Arabia, dalla Turchia e dal Sud America, confermando ancora una volta che nella musica la globalizzazione è cosa buona e giusta…

Spaghetti Rock

A Toys Orchestra - Midnight Talks – Urtovox ; Baustelle - I Mistici Dell'Occidente – Warner ; Black Friday - Hard Times - Alì Bumaye ; Calibro 35 - Ritornano Quelli Di... – Ghost ; Il Pan Del Diavolo - Sono All’Osso - La Tempesta ; Movie Star Junkies - A Poison Tree - Voodoo Rhythm ; Perturbazione - Del Nostro Tempo Rubato - Santeria ; Samuel Katarro - The Halfduck Mystery - Trovarobato ; Amor Fou – I Moralisti – EMI
Eccoci approdati alle patrie coste. Ci piace ricordare il corposo suono da colonna sonora anni 70 riproposto in modo magistrale dai Calibro 35, veri paladini della Blaxploitation all’italiana, il blues rurale dei Black Fridays, il folk rock arrabbiato dei palermitani Il Pan Del Diavolo, il rockabilly spettrale dei Movie Star Junkies, il folk spruzzato di psichedelia e blues (con attitudini canterburiane) del piccolo grande Samuel Katarro, il pop rock che guarda alla tradizione della canzone d'autore nostrana nel ciclopico disco dei Pertubazione e nel malinconico album dei milanesi Amor Fou. Degli altri come sempre vedere alla voce recensioni.

Jazz & Fusion

Bobby McFerrin - Vocabularies – Emarcy ; Cassandra Wilson - Silver Pony – EMI ; Charlie Haden Quartet West - Sophisticated Ladies - Universal/EmArcy ; Elephant9 - Walk The Nile - Rune Grammofon ; Keith Jarrett & Charlie Haden - Jasmine – ECM ; Silvia Manco - Afternoon Songs – Egea ; Trombone Shorty - Backatown – Verve
Altro mondo sterminato è quello del jazz, con tutte le sue possibili diramazioni e contaminazioni. Con questa mia breve lista non pretendo di esaurire un universo sonoro così vasto, cito solo artisti che mi hanno saputo emozionare…Cominciamo con lo stupefacente virtuoso dell’ugola, Bobby McFerrin che firma un lavoro sontuoso, camaleontico all’insegna di un utizzo corale della voce con forti tinte africane. Meraviglioso il disco di Cassandra Wilson (con registrazioni live rielaborate in studio), una delle migliori vocalist jazz contemporanee; accompagnata da un gruppo di eccellenti musicisti (meritano una citazione il pianista Jonathan Batiste e il chitarrista Marvin Sewell), Cassandra passa con la consueta classe da standard jazz, a brani originali, da canzoni pop, a classici del blues, regalando alla fine una vera chicca a tutti gli appassionati di musica afroamericana. L’instancabile contrabbassista Charlie Haden firma un elegante omaggio alle signore del jazz e in coppia con Keith Jarrett ci consegna un distillato di emozioni sonore. Trombone Shorty (Troy Andrews) è autore di un disco frizzante che riesce ad amalgamare la tradizione musicale della sua natia New Orleans (ovvero hot jazz e r’n’b) con suoni più moderni come il soul, il funk, l’hip-hop, non disdegnando energiche iniezioni di rock; alla fine la sua musica risulta originale, eccitante e contagiosa. Finiamo con gli Elephant9, strepitoso trio jazz-rock norvegese con attitudini progressive, che possono ricordare certe esperienze di contaminazione musicale tipiche degli anni sessanta (pensiamo ai Lifetime di Tony Williams..).

Blues Power

Elliott Sharp/ Henry Kaiser - Electric Willie A Tribute To Willie Dixon - Yellowbird ; Eric Bibb - Booker's Guitar - Telarc ; Harper - Stand Together - Blind Pig ; James Cotton - Giant – Alligator ; Jimmie Vaughan - Plays Blues, Ballads & Favorites - Shout! Factory ; Moreland & Arbuckle - Flood – Telarc ; Otis Taylor - Clovis People - Vol.3 – Telarc ; The Mannish Boys - Shake For Me - Delta Groove ; T-Model Ford - The Ladies Man - Alive Natural Sound
Concludiamo con una delle mie passioni più antiche: il blues. Mi piace ricordare una serie di vecchie glorie che brillano ancora come l’armonicista James Cotton, sempre capace di emozionare con il suo Chicago style, come il novantenne T-Model Ford che fa rivivere splendidamente i suoni del Delta, come Otis Taylor con il suo blues ipnotico (debitore a John Lee Hooker) sempre disposto a confrontarsi con il folk ed il rock. I Mannish Boys, vero e proprio collettivo blues aperto, fanno un lavoro di ricerca sui suoni del passato, risultando sempre freschi e coinvolgenti. Jimmie Vaughan è autore di un elegante disco che ancora una volta omaggia la sua passione per il r’n’b e il jump blues. Moreland & Arbuckle contaminano di feroce elettricità il blues delle colline del Mississippi settentrionale, non disdegnando a volte momenti acustici e rurali. Eric Bibb ci conquista con il suo elegante blues acustico, che si rifà decisamente ai grandi eroi del Delta style. L’armonicista australiano Harper poteva trovarsi anche nella categoria Il Ritmo Dell’Anima, vista la sua capacità di mischiare il blues con il funky e il soul; altra sua peculiarità è quella di inserire elementi di musica aborigena in un tessuto sonoro tipicamente afroamericano, grazie all’uso del didgeridoo (antico strumento a fiato). Finiamo in bellezza e originalità con l’omaggio che Elliot Sharp, accompagnato da alcuni amici musicisti (Henry Kaiser, Eric Mingus, Queen Esther fra gli altri), ha fatto alla musica del grande compositore e contrabbassista blues Willie Dixon; la sua chitarra regala momenti di improvvisazione e sperimentazione che danno nuova linfa a classici stranoti.


Massimo Daziani

Se il Latte si dovesse rivelare Acido...


Small Craft in a Milk Sea - Brian Eno (Warp 2010)

Perché stiamo parlando assolutamente di un mostro sacro.
È Brian Eno che nelle sue composizioni ha sempre tirato fuori il meglio in circolazione.
Non lo potrei mai definire un musicista Brian Eno, Brian Eno non è un musicista (lo dice anche nel suo libro Music for Non-Musicians), Brian Eno è semplicemente un genio poliedrico, colui che fra composizione informatica, campionamento analogico e suoni digitali non si è mai tirato indietro dal produrre capolavori. Un artista che dichiara di essersi ispirato per la sua musica a La Monte Young e a Terry Riley, che ha collaborato con tutti i più grandi musicisti della sua epoca (e non parlo degli U2) può solamente essere definito un guru. Per me lo è.
Certo, sto sicuramente girando intorno al problema, una questione in questo caso si chiama Small Craft on a Milk Sea, produzione Warp di un tardo 2010 che solo oggi trovo il coraggio di recensire per ovvi motivi.
Erano anni che gli ambienti underground parlavano di una prossima collaborazione stratosferica fra l'etichetta più sfavillante del panorama indie-elettronico e il più grande compositore digitale di tutti i tempi. Va da sé che all'uscita di un simile lavoro l'emozione è stata tangibile.
Il primo pezzo del disco Emerald and Lime, lascia senza fiato. È l'incipit ideale a qualcosa che ti aspetti ampio di argomenti, di suoni, di narrazione. "Questo disco è una fucilata" ricordo di aver pensato. Mi incuriosivano questi suoni un pò Matmos (the West) un po' psichedelia settantastyle. Il resto però, invece, che continuare con le emozioni, è stato un declino inesorabile.
Il secondo brano Complex Heaven suona banale e tedioso, l'omonimo Small Craft on a Milk Sea semplicemente incompleto. Poi ci sono quegli attacchi che non hai idea di dove vogliano andare a parare Flint March, due minuti scarsi di presunzione sonora. Ok mi fermo qui, non stroncherò tutte le tracce una per una, però non riesco a capire perché un creatore di algoritmi di newtoniana fama si sia abbassato a tratti a scopiazzare artisti talentuosi sì ma pur sempre suoi allievi.
Invisible non è male, ma arriva proprio alla fine del disco.
Mi dispiace Brian, sai quanto è grande la mia stima nei tuoi confronti. Ma nulla può salvare questo disco. Davvero Nulla!

Non lo Giudico

Tommie

18 gennaio 2011

My Favorite Things, parte seconda

Siamo arrivati alla seconda parte della superclassifica 2010 divisa per “labili” categorie... Nel precedente post, durante il taglia e incolla, ho dimenticato di inserire Ty Segall tra gli artisti elencati sotto la sigla New Lifeblood,. Eccomi pronto a rimediare, consigliandovi caldamente il suo Melted (Goner Records), a metà fra garage sporco e folk malato, tra punk e Syd Barrett. Buona lettura.

New Classics

Antony And The Johnsons – Swanlights - Secretly Canadian ; Arcade Fire - The Suburbs – Merge ; Broken Social Scene - Forgiveness Rock Record - Arts & Crafts ; Damien Jurado - Saint Bartlett - Secretly Canadian ; Eels - End Times - Vagrant; ; John Grant - Queen Of Denmark - Bella Union ; Liars - Sisterworld – Mute ; Natalie Merchant - Leave Your Sleep – Nonesuch ; Nina Nastasia - Outlaster - Fat Cat ; Shearwater - The Golden Archipelago – Matador ; Spoon - Transference - ANTI ; Sufjan Stevens - All Delighted People EP - Asthmatic Kitty ; The BellRays – Black Lightning - Fargo; The Black Keys - Brothers – Nonesuch ; The Coral - Butterfly House – Deltasonic ; The National - High Violet - 4AD; Wovenhand - The Threshingfloor - Glitterhouse
Ormai ci sono musicisti che certo non possiamo più considerare degli esordienti; il loro valore artistico è tale, che ogni uscita suscita grande aspettativa. Sono i nuovi classici: personaggi come Antony Hegarty, che anche stavolta ha saputo toccare le corde più profonde del nostro animo, come Damien Jurado che ci ha regalato un folk-rock di nostalgica dolcezza, gruppi come gli Arcade Fire, che hanno messo d’accordo tutta la critica musicale con un rock onesto che racconta storie di sobborghi metropolitani, come i Broken Social Scene con il loro indie-rock arcobaleno, come i Liars che all’opposto ci regalano un affresco rock inquietante ed oscuro, come gli Shearwater con il loro folk rock sontuoso e ambientalista. Gli Spoon continuano a sfornare lavori multiformi che, pur attingendo alla tradizione rock, sanno essere sempre originali, i BellRays hanno ancora energia da vendere e sanno come sempre mischiare in maniera mirabile punk&funky, hard-rock&soul, i Coral ci regalano un’opera di struggente bellezza, omaggio ai suoni del passato (leggi California anni 6O), i National continuano con il loro pop elegante e solenne, dietro la sigla Wovehand si cela David Eugene Edwards che, lasciatisi alle spalle i mitici 16 Horsepower, ci delizia con un country-folk malato e oscuro, venato di screzi psichedelici. A dire la verità la veterana Natalie Merchant poteva tranquillamente far parte degli Oldies But Goodies, ma si tratta pur sempre di una signora(artista sopraffina) e non era carino metterla tra i vecchi leoni... Di lei e degli altri non citati in queste brevi note potrete cercare alla voce recensioni.

American Fields

Avi Buffalo - Avi Buffalo - Sub Pop ; Band Of Horses - Infinite Arms - Brown ; Bonnie ‘Prince’ Billy & The Cairo Gang – The Wonder Show of the World - Drag City ; Deer Tick - The Black Dirt Sessions – Partisan ; Delta Spirit - History From Below - Rounder ; Dylan LeBlanc - Paupers Field - Rough Trade ; Justin Townes Earle - Harlem River Blues – Bloodshot ; Patrick Park - Come What Will - Badman ; Pernice Brothers – Goodbye,Killer - One Little Indians ; Phosphorescent - Here's to Taking It Easy - Dead Oceans ; Radar Brothers - The Illustrated Garden - Chemikal Underground ; Ray LaMontagne & The Pariah Dogs - God Willin’ And The Creek Don’t Rise - Red Ink ; Truth And Salvage Co. - Truth And Salvage Co. - Silver Arrow ; Walter Schreifels - An Open Letter To The Scene - Arctic Rodeo ; Wooden Wand - Death Seat - Young God
E’ innegabile che i musicisti americani abbiano sempre avuto un rapporto semplice e diretto (leggi per nulla conflittuale) con la propria tradizione musicale. Nel corso del tempo la critica specializzata si è spesso ingegnata nel coniare nuovi termini (american folk music revival, country rock, outlaw country, americana,alternative country) per spiegare questo indissolubile legame che unisce artisti giovani con musicisti del passato, l’antico con il contemporaneo. Sta di fatto che ancora oggi continua ad esserci questa attrazione fatale per il suono tradizionale; dunque anche quest’anno sono usciti ottimi album che prendono ispirazione dalle musiche che hanno sempre echeggiato nelle grandi praterie del Nord America. I giovanissimi californiani Avi Buffalo con il loro omonimo esordio sono stati accostati al suono indie-rock di band come gli Shins, ma è indubbio che ci sia un retrogusto anni sessanta che richiama ai grandi protagonisti del country-rock (Neil Young e Byrds in primis), i Band Of Horses si confermano gruppo dal suono suggestivo con le loro splendide armonie vocali, il “maestro” Bonnie Prince Billy si fa accompagnare dai Cairo Gang (ovvero Emett Kelly & friends) per rendere elettrico il suo scarno songwriting, creando un suono con suggestioni alla CSN&Y, i Deer Tick ci conquistano con un folk-rock sporco e malinconico, i Delta Spirit, provenienti da San Diego, rileggono con sincerità freak il folk dei padri (Dylan su tutti). Justin Townes Earle, Patrick Park e Ray LaMontagne, ognuno con il proprio stile, rinverdiscono la secolare tradizione dei folk singer; anche Walter Schreifels, proveniente da esperienze musicali lontane anni luce dalla musica popolare americana (leggi hardcore), si mette in proprio e si lascia ammaliare dalle sirene dell’alt country, con ottimi esiti, come pure nel disco dei redivivi Radar Brothers si sente più decisa una vena di americana. Phosphorescent, ovvero Matthew Houck, autore di un’opera matura, impreziosisce il suo stile con sapori country-rock, grazie alla presenza di una strumentazione ricca (a volte sono presenti anche i fiati). I Pernice Brothers creano un disco delizioso che riesce a far convivere con grazia sonorità country e tentazioni pop. Per finire citiamo i Truth And Salvage Co., prodotti da Chris Robinson dei Black Crowes, autori di un disco di canzoni ben scritte, dal sapore country, con aromi southern e i Wooden Wand giovani eredi del country maledetto di scuola Hank Williams. Dylan LeBlanc è stato già celebrato in fase di recensione (vedere Emozioni d’Autunno…).

Hard Times For Heavy People…

Black Label Society – Order Of The Black – Roadrunner ; Danko Jones - Below The Belt - Bad Taste ; The Sword - Warp Riders - Kemado ; Wino - Adrift - Exile On Mainstream
Non ho nessuna intenzione di addentrarmi in un universo musicale sterminato come il metal. Ci vogliono gli esperti del settore. Però qualche volta riesco ancora a pescare del buon sano hard-rock che mi riporta alla mia infanzia musicale, alimentata dai classici Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath… E allora prendiamoci una cura ricostituente di energia con i Black Label Society di Zakk Wylde, autori di un disco potente a cavallo tra hard e metal, con lievi sfumature southern, oppure rinfranchiamoci con i canadesi Danko Jones, fautori di un rock’n’roll ad alto voltaggio. Se amate le sonorità stoner debitrici del suono sabbattiano non lasciatevi sfuggire il disco degli Sword, mentre un altro veterano del doom metal, il funambolico chitarrista Scott “Wino” Weinrich, ci offre un disco quasi completamente acustico che svela la sua anima più rock.

Dissonanti Armonie
Arandel - In D – Infiné ; Caribou - Swim – Merge ; Daft Punk - Tron Legacy – EMI ; Flying Lotus - Cosmogramma – Warp ; Four Tet - There Is Love In You – Domino ; Gonjasufi - A Sufi And A Killer – Warp ; The Album Leaf - A Chorus Of Storytellers - Sub Pop ; The Books - The Way Out - Temporary Residence.
Parliamo di quegli artisti che si muovono tra elettronica e ritmi, tra suggestioni da colonna sonora e ritorno di fiamma alla forma canzone. Dan Snaith, in arte Caribou, ci ammalia con il suo pop elettronico variopinto, il “maestro” Flying Lotus ci fa accomodare sulla sua astronave sonora per farci fare un viaggio cosmico, i Daft Punk ci sorprendono con una colonna sonora che li mostra musicisti completi, Four Tet (Kieran Hebden) ci avvolge con la sua elettronica purificatrice, i The Books, campioni della folktronica, ritornano per stupirci con il loro mosaico musicale. Come sempre, per gli altri vedere alla voce recensioni.

Massimo Daziani

15 gennaio 2011

My Favorite Things

Il 2010 ce lo siamo definitivamente lasciato alle spalle e un altro anno di musica è passato già agli archivi. Siamo così entrati nel classico periodo dei bilanci e delle immancabili classifiche. Al di là di certe considerazioni di alcuni miei amici musicofili, che vanno dal cinico (“non sono sicuro di riuscire a trovare tutti i dischi necessari per compilare la top ten”) al catastrofico (“il 2010 non è stato musicalmente buono”), si può alla fine liquidare quest’anno appena trascorso come interessante, stimolante, con le sue novità, le sue conferme e le sue immancabili delusioni: né più né meno come quello che succede sempre… Siccome mi dispiace di non aver avuto il tempo di segnalare e, in qualche caso celebrare, tutti gli artisti che hanno allietato musicalmente il mio 2010, mi permetto di fare una serie di piccole liste tematiche con brevi commenti in calce. Se poi consideriamo anche le perle che si scoprono troppo tardi (leggi a classifiche già compilate), queste mie cose preferite hanno una giustificata urgenza di essere esternate. Alla prossima…

Oldies But Goodies

Brian Wilson - Reimagines Gershwin - Walt Disney ; Dr John And The Lower 911 - Tribal - 429 ; Elton John And Leon Russell – The Union - Mercury ; Hoodoo Gurus - Purity Of Essence - Sony ; John Hiatt - The Open Road - New West ; John Mellencamp - No Better Than This - Rounder ; Johnny Cash - American VI - Ain't No Grave - Lost Highway ; Mose Allison - The Way Of The World – Anti ; Neil Young – Le Noise - Reprise ; Paul Weller - Wake Up The Nation -Island ; Ray Wylie Hubbard - A. Enlightenment B. Endarkenment (Hint There Is No C) - Bordello ; Robyn Hitchcock - Propellor Time - Sartorial ; Roky Erickson with Okkervil River - True Love Cast Out All Evil - Anti ; Rowland S. Howard - Pop Crimes - Infectious ; The Black Crowes - Croweology - Silver Arrow; Tom Petty And The Heartbreakers - Mojo - Reprise ; Swans - My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky - Young God ; Widespread Panic - Dirty Side Down – ATO
Eccoci con vecchi leoni che ruggiscono ancora. Mi piace segnalare il delizioso omaggio a Gershwin di Brian Wilson (ormai del tutto recuperato e protagonista di una splendida seconda giovinezza artistica), la grande classe di Dr John, che sforna un disco dal sound denso e limaccioso come il Mississippi che sfocia nella sua natia New Orleans, un Neil Young mai domo, un John Mellencamp che si abbevera alle fonti della musica popolare americana, l’intenso testamento musicale lasciatoci da Rowland S. Howard, la splendida rilettura unplugged dei loro classici fatta da dei Black Crowes in stato di grazia, il ritorno convincente degli Swans, l’energia elegante di una storica jam band come i Widespread Panic. Degli altri andare a vedere alla voce recensioni…

New Lifeblood

Anais Mitchell - Hadestown - Righteous Babe ; Beach House - Teen Dream - Sub Pop ; Black Mountain - Wilderness Heart – Jagjaguwar ; Deerhunter - Halcyon Digest - 4AD ; Erland & The Carnival - E & T C - Full Time Hobby ; Field Music - Measure - Memphis Industries ; Gemma Ray - It'a A Shame About Gemmma Ray - Bronzerat Records ; Joanna Newsom - Have One On Me - Drag City ; Lawrence Arabia - Chant Darling - Bella Union ; Lone Wolf - The Devil And I - Bella Union ; Love Is All - Two Thousand And Ten Injuries - Polyvinyl Records ; Martha Tilston - Lucy And The Wolves – Squiggly ; Menomena - Mines - Barsuk ; Midlake - The Courage Of Others - Bella Union ; Morning Benders - Big Echo - Rough Trade ; Owen Pallett - Heartland – Domino ; Pontiak - Living - Thrill Jockey ; Sleepy Sun - Fever – ATP ; Suckers - Wild Smile - French Kiss ; Tame Impala - Innerspeaker – Modular ; The Besnard Lakes - Are The Roaring Night – Jagjaguwar ; The Black Angels - Phosphene Dream - Blue Horizon Records ; Wildbirds And Peacedrums - Rivers – Leaf ; Yeasayer - Odd Blood – Mute ; Quest For Fire - Lights From Paradise - Tee Pee
Nuove generazioni soniche crescono e ci regalano dischi importanti che rivitalizzano la nostra passione musicale. I Beach House si confermano con il loro elegante pop onirico, Lone Wolf ci ammalia con il suo folk crepuscolare, i Morning Benders ci cullano con un pop-rock venato di folk, i Pontiak non sbagliano un colpo con il loro rock rinforzato da riff doom, spruzzato di blues e ammantato di suggestioni psichedeliche, i Quest For Fire avrebbero meritato di essere recensiti nei miei psychedelic dreams, i Suckers sfornano un ottimo esordio, i Wildbirds & Peacedrums sanno ancora stupirci, gli incatalogabili Yeasayer portano l’eclettismo musicale al potere. Per i Menomena volevo spendere qualche parola in più: i ragazzi di Portland ci regalano un piccolo gioiello di pop deviato, dove la capacità di manipolare i suoni non è banale gioco tecnico, ma arte al servizio della canzone. La loro capacità di uscire dagli schemi li ha fatti accostare a gruppi come i Tv On The Radio, i funambolici Flaming Lips o addirittura ai mai dimenticati Morphine (soprattutto per l’uso aggressivo del sax). Ma forse è ora di dire che siamo di fronte ad una band originale che va finalmente celebrata. Uno dei dischi più belli del 2010 (e non solo). Voto: 29/30. Degli altri si è già detto alla voce recensioni…

It’s Only Rock’n’Roll …

Nick Curran & The Lowlifes - Reform School Girl - Eclecto Groove Records ; Ted Leo And The Pharmacists - The Brutalist Bricks – Matador ; The Jim Jones Revue - Down House Your Burning - PIAS Recordings
Chiudiamo questa prima parte di my favorite things con quei dischi che fanno battere il proverbiale piedino. Abbiamo un potente distillato di rock’n’roll anni 50 con Nick Curran, vero clone vocale di Little Richard, l’indie-rock scanzonato di Ted Leo And The Pharmacists e, per finire in energica bellezza, il devastante sound della Jim Jones Revue (come se Jerry Lee Lewis suonasse insieme ai Sonics e all’allegra combriccola si unissero Iggy Pop e le New York Dolls…)

Massimo Daziani