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12 dicembre 2010

Pop X-mas 2010




Dai, non facciamo i cinici punkettari, non mettiamoci il piercing anche al cuore. Ammettiamolo una volta per tutte: il Natale è la festa più bella, quella più sentita, quella che ci fa ricordare l’infanzia e che alla fine passiamo volentieri con le persone che ci stanno più a cuore. E allora da buon musicodipendente ogni anno, per entrare nel clima natalizio, mi tuffo nell’immenso oceano dei Christmas Album. Si tratta di una tradizione tipica del mondo anglosassone, dove musicisti dei più svariati generi si cimentano nella canzone a tema natalizio (vi ricordate lo splendido Lennon di “Happy Christmas- War Is Over”?) o addirittura sfornano un intero album con alcuni inediti e gli immancabili classici. E allora beccatevi questa veloce carrellata dei miei Christmas Album preferiti…

Indie Christmas
Neanche il variegato mondo dell’indie ha saputo sottrarsi al fascino dei dischi natalizi. Cominciamo con Songs For Christmas (Asthmatic Kitty 2006), il ciclopico cofanetto di Sufjan Stevens che raccoglie tutti i mini album natalizi fatti uscire dal nostro tra il 2001 e il 2006. Oltre agli immancabili classici (le minimali Silent Night, Jingle Bells, O Come O Come Emmanuel e The First Noel, il crescendo orchestale di O Holy Night, la gioiosa I Saw Three Ships, la melodia tradizionale della struggente We Three Kings, le dolci armonie folk-pop di The Little Drummer Boy, Joy To The World, Away In A Manger), ci sono pure dei brani originali dall’antico fascino rurale come That Was the Worst Christmas Ever!, It’s Christmas! Let’s Be Glad! e We're Going To The Country! (tutte impreziosite dal suggestivo suono del banjo), delicati bozzetti folk–pop, arricchiti da quegli arrangiamenti orchestrali imprevedibili e a volte bizzarri che sono ormai il marchio di fabbrica di Mr. Stevens, come Put The Lights On The Tree, Come on! Let's Boogey To The Elf Dance!, Did I Make You Cry On Christmas Day? (Well, You Deserved It!), Christmas In July, Sister Winter, Star Of Wonder. Una citazione a parte la merita la geniale Get Behind Me, Santa!, caratterizzata da una irresistibile sezione fiati. Come al solito abbiamo l’ennesima dimostrazione dell’esuberante creatività di Sufjan, ormai croce e delizia degli appassionati di musica. Con Stevens non c’è altra scelta: prendere o lasciare. E noi prendiamo volentieri, accettando questo prezioso dono di Natale. Voto: 29/30.
Altro personaggio che non scherza certo in eclettismo musicale, è il buon Conor Oberst che, con la sua più antica e duratura creatura, i Bright Eyes, ha fatto uscire nel 2002 A Christmas Album (Saddle Creek). Il disco, pubblicato qualche mese dopo il loro capolavoro Lifted Or The Story Is In The Soil, Keep Your Ear To The Ground e registrato per nobili motivi (i suoi proventi sono stati devoluti in beneficenza al Nebraska AIDS Project), rilegge, con il tipico folk visionario e lo-fi della band, i classici immortali del genere. La voce flebile e struggente di Oberst ammanta di malinconica drammaticità canzoni come Little Drummer Boy, caratterizzata da un imponente lavoro percussivo e Have Yourself A Merry Little Christmas, diventata una dolce ballata crepuscolare, impreziosita dalle malinconiche note di piano e violoncello. L’immancabile Silent Night, così ricca di cupi rumorismi, risulta di straniante fascino. Un indi(e)menticabile Natale con “occhi luminosi” di emozione... Voto:28/30.
Per finire, non si può fare a meno di citare un gruppo che è la quintessenza dell’universo indie: i Yo La Tengo. I nostri, ormai ind(i)efessi paladini dell’alternative rock made in USA da ben 25 anni, si divertono a bazzicare il genere sfornando nel 2002 un EP, Merry Christmas From Yo La Tengo (Egon Records), caratterizzato da uno scatenato Rock’n’Roll Santa, ben interpretato da Georgia Hublay, da una dolce It’s Christmas Time e da una scanzonata Santa Claus Goes Modern. Voto: 27,5/30
Massimo Daziani

Continua…

8 dicembre 2010

Weird Italy

Dopo aver parlato in questi mesi di Fauve, Dilatazione e Iosonouncane continuiamo il nostro viaggio lungo le impervie strade di quell’Italia che musicalmente osa e non si arrende; piccole storie laterali ed oblique del belpaese composte e arrangiate da artisti delle 7 note svincolati dalla logica delle mode e delle facili scorciatoie. L’Italia che resiste e persiste (e, vivadio, esiste).


Everybody Tesla è una formazione tra il quadrato e lo sgangherato, tra il trasognato e il divertito, di origine sarda che ha appena rilasciato per la neonata label o2s 01 (siamo nei territori Here i stay Festival) l’omonimo Ep di debutto con una prima tiratura in 50 cassettine (tapes). 5 traccie tra lo sbarazzino e il compiaciuto che sorprendono per la loro freschezza, tutte composte da suoni per lo più sintetici e suonate con l’ausilio di ..Kaoss Pad, Micokorg, tastiere giocattolo, SP-404, kazoo, cajon, ukulele, campionatori, tastiera, Casio modificata, MPC 500 (per citare le  note che accompagnano l’uscita). Bee Twin Mountain è un brano danzereccio scuro e torvo che farebbe impallidire Fuck Buttons, con delle vocine d’accompagnamento e carillon in sottofondo che sanno d’horror ancestrale; anche le parti più “solari” della canzone (e del mini in toto) sono sempre sporcate e imbrattate da elementi imprevisti e “fastidosi”. Federico ha ragione ricorda la mellifluità dei Mum più elettronici (Finally we are no one sembra la canzone di riferimento) ma la ritmica bella tosta ci fa tornare a scenari più suburbani e scazzoni. In Narvali e Sleep Here si prova anche a creare una forma canzone più classica. Il dream pop shoegazin’ della prima non s’interpone con lo stile tribale e animalcollettivistico della seconda, cantata appunto in stile Panda Bear (forse un po’ troppo?), due modi insomma di interpretare la forma-canzone con intenti simili e risultati differenti. Gli Everybody Tesla, alla fine dei salmi,  hanno rilasciato un incantevole (mini)disco liquido e frammentario ma con un’ottima compattezza di base. Gli El Guapo 2.0.  28/30


La giuliva sguaiatezza dada dei ragazzi sardi fa da perfetto contrappunto ad un album serioso, disperato ed elegiaco come quello dei ManzOni Di tutt’altro genere, latitudine e anagrafe si parla qui;  in comune la medesima volontà di rottura e di aggressione nei confronti dell’ascoltatore che prende appunto spunto - nel caso degli ultimi - dall’artista alla quale la band si ispira nel nome (Piero, mi raccomando).  Sono di Chioggia e vengono capitanati dal 57enne semi-esordiente cantante e poeta Gigi Tenca che si riscopre in tarda età frontman di una band già ultratrentenne ma di una vivacità  e intensità rara ai tempi nostri. Loser fiero e convinto, Tenca  si pregia di un cantato teatrale e minimalista  che si poggia su delle basi blueseggianti scarne e nebulose. Frammenti di vita su una musica che è frammento di (post)rock. Canti d’ubriachi in periferie disilluse che ricordano Arab Strap, Vic Chesnutt e, pensando a casa nostra, Bachi da Pietra. L’album è omonimo, autoprodotto e in uscita il 10 dicembre. Tra le canzoni più significative del lotto: Cosa ci sarà, una ninna nanna minimale per adulti poco riconciliati sulle flebili speranze di una vita senza speranza. Scappi una ballata sui ricordi semplici e malinconici cantata da un Cerasuolo che ha fumato troppo ed è invecchiato senza fretta dall’ultima volta che l’avevamo lasciato! In Tu sai l'incedere ossessivo del battere scivola piano piano verso sferragliate di chitarra che fanno aumentare il clima delirante del cantato. L’astronave finisce in un post-rock ottuso e Palloncini rossi sfocia in chitarrismi yougiani, …e scrivo è compiutamente Velvetiana: le chitarre friggono su urla  che ricordano i CCCP! Disco imprescindibile in tempi di disperazione e di magra. 29/30
OfO

16 febbraio 2010

Perchè il Festival va guardato per poterlo criticare, con gusto!

Blog-cronaca della prima puntata del Festival di Sanremo. Dalla prima all'ultima canzone

Irene Grandi_La cometa di Halley
Irene Grandi, splendida quarantenne, apre la sessantesima edizione del Festival. Il look è trasandato, capelli gonfi/crespi, occhi pesti e abito informale. Inizia a cantare e la canzone ricorda a tratti i Baustelle più che la Grandi. Irene è un pò sotto tono, forse a causa dell’ingrato compito di aprire la kermesse, anche se la canzone è energica, in crescendo, e in battuta finale cita i Beatles “io ti dico addio, tu mi dici ciao” e la cometa di Halley diventa la metafora di una storia d’amore da vivere in due mondi paralleli.
Interpretazione un pò trascurata, sicuramente farà meglio nelle prossime serate.
25/30

Valerio Scanu_Per tutte le volte che (dirige Vessicchio, che caso!)
Un pensiero si fa costante, quasi invadente: “Per favore tagliati quella coda che non si può guardare”. Poi l’occhio cade sul foulard alla Amedeo Minghi e poi si ascolta il testo che potrebbe essere anche quello del buon Amedeo.
Già la prima frase è una cantilena soporifera, meno male che il figlio televisivo di Maria De Filippi canta per secondo, altrimenti sarebbe stata dura rimanere svegli. Il testo è mieloso e il ritornello è semplicemente ridicolo, Valerio canta e pronuncia la parola magica: “irraggiungibili” e viene da pensare che sarebbe bello se potesse essere irraggiungibile alle mie orecchie!
19/30

La Clerici chiede applausi al pubblico me ad un concerto rock....

Da una matricola come Scanu si passa ad un grande veterano del festival... e l’appellativo veterano gli si addice proprio: TOTO CUTUGNO

Toto Cutugno_Aeroplani
“Amore mio stringimi le mani, voleremo lontani come aeroplani, voleremo verso l’alto e più su dove il cielo sei tu, oltre le nuvole” Penso che possa bastare a descrivere le atmosfere di questa canzone che potrebbe essere stata in gara a Sanremo in un’edizione qualsiasi del passato come del suo futuro. Patetica.
NON AMMESSO ALLA SECONDA SERATA

Arisa e le sorelle Marinetti_Malamorenò
Look cambiato per la rivelazione della scorsa edizione del festival. Capelli da Pippi Cazelunghe, occhiali da vista grandissimi vintage. Così si presenta Arisa, pseudonimo di Rosalba Pippa, accompagnata dalle sorelle Marinetti, coro spassosissimo di tre uomini vestiti da donne anni ’30 che danno brio ad una canzone molto leggera e dal testo ingenuotto, come la nostra Arisa. Malamorenò strizza l’occhio a Renzo Arbore, a Maramao perchè sei morto, allo swing e al Trio Lescano.
24/30

Nino D’angelo con Maria Nazionale_Jammo Jà
Cassano presenta Nino D’Angelo e la Nazionale, bell’accozzamento di parole! Nino porta una canzone napoletana in piena regola, i ritmi popolari partenopei creano un bell’impasto vocale con la bellissima voce della Nazionale e quella di Nino. Il sound mediterraneo di "Jammo Jà" risulta molto più vero sul palco di tante canzoni sanremesi tutto miele o lacrime. Percussioni e fisarmoniche accompagnano un testo che tocca i temi della diversità razziale, della tolleranza, del rispetto per la diversità e dell’emarginazione.
NON AMMESSO ALLA SECONDA SERATA


Marco Mengoni_Credimi ancora
Look da psyco killer (una delle sue migliori interpretazioni a Xfactor), capelli asimmetrici come la camicia bicolor bianca e nera. Intro molto rock, basso incalzante e grande spazio ad una voce veramente interessante, potente e versatile. Marco si destreggia tra acuti e bassi con virtuosismo da animale da palcoscenico. Molto carina, molto ggggiovane, rockettara e melodica, anche se mi fanno sempre molto ridere i chitarristi dell'orchestra dell'Ariston che si avventurano in riff in giacca e cravatta. Perfetta fusione tra tradizione melodica italiana e pop-rock internazionale. Bravo Marco, anche co-autore della canzone.
28/30

E adesso la favola canora più clickata del 2009, Susan Boyle, il brutto anatraccolo con la voce da cigno, che palle!

Simone Cristicchi_Meno male
Intro di archi e elettronico e Simone comincia a saltare. Il Cristicchi parlato è quello che preferisco. Il testo è caustico: ce ne ha per tutti Cristicchi, a partire da “i terremotati sono ancora in vacanza” ai videoricatti dell’Italietta dei nostri tempi a “Osama è ancora latitante, l’ho visto ieri al risotrante”. Ma “Meno male che c’è Carla Bruni, sarko sì, sarko no. Io me la prendo con qualcuno, tu te la prendi con qualcuno, noi ce la prendiamo....” così Cristicchi finisce col botto una canzone audace da portare al Festival.
28/30

La Clerici non se la cava male, ma neanche bene, chiede troppi applausi al pubblico e ogni tanto non si capisce cosa vuol dire.

Malika Ajane_Ricomincio da qui
Malika Ajane è la rivelazione dello scorso Sanremo. Ha indubbiamente un timbro particolare, ricercato e originale che la rende riconoscibile fin dal primo ascolto. La canzone purtroppo non è niente di che, la melodia non è nè orecchiaible nè accattivante, anzi direi un pò noiosa, una di quelle canzoni il cui testo sembra non essere adatto alle note sui cui è cantato. Neccessita forse più di un ascolto perchè al primo non convince molto!
25/30

Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici_Italia amore mio
Entra l’improbabile trio con il sottofondo musicale di “Su di noi” e già viene da ridere. Il pubblico si divide: c'è chi fischia echi sventola il tricolore. Pupo al pianoforte inizia a cantare ed è subito show: il principe lo segue a ruota, cantando il suo amore per l’Italia (si commenta da solo), poi parte il tenore Luca Canonici e conferma che questo è il trio più assurdo mai visto.
Le voci non si incastrano neanche a forzarle, il principe è veramente uno strazio, il tenore era sicuramente alla ricerca di notorietà e Pupo è quello che è. La musica ha una base che sembra adatta ad un documentario su Garibaldi. Uno strazio per le orecchie e un insulto alla storia: una pessima lezione per i nostri figli.
NON AMMESSI ALLA SECONDA SERATA

La Clerici annuncia che adesso sarebbe stato il turno di Morgan secondo la vecchia scaletta. Dopo una “doverosa” ramanzina sul tema della droga recita un passo della canzone di Morgan, escluso non per aver violato nessuna regola del Festival ma per aver ammesso di far uso di droghe. Come se al Festival finora avessero partecipato solo morigerati!

Enrico Ruggeri_La notte delle fate
Un uomo che ha scritto capolavori come “Il mare d’inverno”, “Polvere” e che nella sua giovinezza punk cantava “Contessa” con i Decibel come può aver scritto una canzone così?
“La notte delle fate” è bruttina, cantata in malo modo, ricca di imprecisioni di esecuzione e stonature. Enrico, sei giunto al bivio.
18/30

Sonohra_Baby
I fratelli Gallagher di Verona, il moro e il biondo come le veline, volendo andare avanti potremmo non finire mai con le battute sui Sonohra, tanto da incenerirli. Il testo è frutto di un collage di parole prese a caso da Cioè, frasi d’amore che vengono direttamente da quel genio di Moccia, insomma, una canzone che è la fiera della mediocrità adolescenziale. Il titolo è “Baby” e si chiamano Sonohra con l’h in mezzo, che c’era da aspettarsi?
19/30

Povia_La verità
“Povia, ma i pantaloni di pelle te li passa Pelù?” “Se vuoi fare il bacchetone almeno tagliati i capelli o lavateli”, queste sono le più buone delle frasi lette su Twitter contro Po-Po-Povia, il piccione travestito da tamarro di borgata che canta e imita quello che sta cantando, come se non si capisse abbastanza bene la pochezza dei suoi testi. La più cattiva che ho letto su Twitter riguardo a “La verità” di Povia? “La verità è che fai schifo al maiale (come dicono a Livorno)”
18/30

Irene Fornaciari e i Nomadi_Il mondo piange
In questa Italia di “figli di” non poteva mancare la figlia d’arte anche a Sanremo. Se non fosse stata la figlia di Zucchero Fornaciari non sarebbe dove è, e i Nomadi? a che le servono? Cantano solo una strofa, alla faccia del duetto!
20/30

Noemi_Per tutta la vita
Interpretazione non priva di sbavature che però non intaccano la bellezza della sua voce graffiante e di una canzone molto profonda, dal testo toccante, ricco e articolato. La prima parte è molto parlata, poi esplode la sua voce potente ed è magia sul palco. Nonostante le imprecisioni e l’emozione, Noemi è una grande cantante.
29/30

Fabrizio Moro_Non è una canzone
Fabrizio Moro porta a San Remo una canzone dalla base reggae che suona come un clichè da centro sociale, un pò troppo adolescenziale per l’età di Moro e lontanissima dai temi precedentemente trattati.
22/30


Eleonora Zeta Zarroni

23 dicembre 2009

Pop X-mas, volume 2

Swinging Christmas

Frank Sinatra ha spesso bazzicato il genere. In questo suo A Jolly Christmas from Frank Sinatra (Capitol 1957), dimostra la sua consueta e immensa classe, regalandoci qualcosa di più del solito gettone natalizio. E ancora adesso, quando lo sento intonare “Silent Night”, mi scappa la lacrimuccia…VOTO: 28/30. Ed ora siamo arrivati ad uno dei miei X-mas album preferiti. Si tratta di Ella Wishes You A Swinging Christmas (Verve 1960) di una delle cantanti più famose del Jazz: Ella Fitzgerald. La sua versione di “Jingle Bells” è un distillato di puro swing, che emana un’allegra esplosione di energia vitale: a questo punto anche le renne si mettono a ballare… VOTO: 30/30

Soul Christmas

A parte le classiche raccolte della Stax come It's Christmas Time Again uscita nel 1982 e Christmas in Soulsville del 2007, più o meno uguali (VOTO: 27/30), e della Motown come A Motown Christmas del 1973 (VOTO:26/30) e l’esauriente nuovo doppio CD The Ultimate Motown Christmas Collection, uscito nell’ottobre di quest’anno (VOTO: 27/30), vorrei segnalare due meravigliosi album di un grande artista di New Orleans: Aaron Neville. Questi dischi sono così intensi e pieni di feeling da essere godibili al di fuori anche del contesto natalizio. Cominciamo con il primo, Soulful Christmas (A&M 1993). Il tipico falsetto di Aaron sa ridare nuova luce a classici come "O Holy Night," "Silent Night," "O Little Town of Bethlehem", "The Christmas Song" e "White Christmas" cantati con sentimento e sensualità tipicamente soul. Con “Such A Night” e "Louisiana Christmas Day" il ritmo si alza e viene voglia di danzare. VOTO: 30/30. Il buon Aaron ci riprova nel 2005 con Christmas Prayer (Chordant) e dà ancora una volta prova di grande classe. Una meravigliosa “Joy to the World” cantata a cappella con i Blind Boys of Alabama varrebbe da sola l’acquisto dell’album. Ma anche il bluesaccio di “Merry Christmas Baby”, la commovente versione dell’ “Ave Maria” (diventata un pezzo gospel grazie alla sua ugola d’oro), la corale “Amen” e una spettacolare “Amazing Grace” sono momenti indimenticabili di un album ricco di piacevoli sorprese. E poi se dovessi immaginare la voce canterina del mio angelo custode, avrebbe sicuramente quella di Aaron Neville... VOTO:30/30

Arrivederci a Dicembre 2010, per continuare a parlare di quei X-mas album che scaldano i nostri cuori nelle fredde giornate delle feste natalizie.

Buon Natale!!

Massimo Daziani

17 dicembre 2009

..percorsi selvaggi

Real Estate - Real Estate (Lp Woodsist, 2009)

Non fai in tempo a chiudere la valigia con il meglio dei dischi del 2009 che ti tocca riaprirla per adagiarci l’ultimo ritardatario dicembrino di turno. Poco male, il bagaglio si appesantisce ma il viaggio verso in nuovo decennio sarà di certo più gradevole con i Real Estate in saccoccia. Il disco è una gemma di art pop-folk, sofisticata e urgente al tempo stesso, nata da quella cultura musicale americana, principalmente newyorkese (per non dire brooklyiniana stringendo ulteriormente il campo) che si è sviluppata ed è cresciuta negli anni a doppio 0. Semplificando alla grande (non me ne vogliano gli esegeti) stiamo parlando di quella sottocultura musicale underground figlia indubbia della scena NO di fine ‘70, scaturita dall’esplosione dei (post-)rumoristi pionieri della “musica brutta-harsh” di fine ’90 (Black dice, Wolf Eyes, Lighting Bolt,..) che è passata per il (Weird) Folk, il pop (psichedelico) e l’ettronica (noise) (Akron/Family, Gryzzly Bear o Animal Collective, per fare 3 nomi conosciuti), tornata nelle sporcizie Lo-fi e DIY (shit-gazeiane) (Time New Viking, Blank Dogs, Zola Jesus, per citare 3 tra gli autori degli album più belli del genere) per approdare infine in questi lidi surf-pop dove sguazzano i Real Estate (se accomunarli o no con il nascente Hypnagogic pop, questo per ora non ci è dato sapere, solo il tempo…).
Finito il giochino citazionista di sorta, l’ascoltatore più scafato giustamente obbietterà su cosa minchia c’entrano le escrudescenze grandguignolesche dei Black Dice con una canzone calda e colorata come ad esempio Black Lake, contenuta in Real Estate. Niente. E tutto. O meglio, l’approccio è il medesimo, il sentire è comune, il risultato però non coincide. In condivisione c’è (e questo è l'aspetto più interessante della vicenda) un fare di chi vede la musica principalmente come oggetto da creare in una stanzetta per poi esibirlo a pochi eletti, come unica forma necessaria per decostruire l’egemonia culturale dominante. Un’onda lunga (guarda caso) e variegata negli esiti, composta da band che si sono nutrite in primis della stessa arte pittorica (NYMinute a Roma ne era chiaro esempio), dal pop surrealism all’art brut da fanzine; un mondo di anime in pena che ha fagocitato tutte le forme culturali alte e basse della nostra modernità, dal cinema alla stessa musica, diventando sintomo e rivolta di quello che è stato precedentemente creato. Non si cerca in queste latitudini il divismo, l’essere condiviso e accettato. Il tutto può essere fine a se stesso: ma quale è il problema! Puro spirito dada, dissonante e straniante come la società contro cui si vomita ma alla quale ci si rivolge.
Un modo quindi di fare musica onanistico ma con una forte volontà di arrivare almeno a quelle 10 o 12 persone che comprano dischi e partecipano ai concerti (discorso diverso per gente come Animal Collective o Grizzly Bear of course!); è questo un sound che nasce dai cd registrati in casa, da tapes assemblati alla bellemeglio e in tiratura limitatissima, passa per l’obbligatorio myspace di sorta (anche se molti, guarda-un-pò, prediligono non avere nessun legame 2.0) per arrivare in fine all’utente (?) o al nulla.
Vabbè via, dei Real Estate parlerò un’altra volta. O forse ho già detto tutto?!

Voto: 28/30 a Real Estate 30/30 al (non)movimento in generale.

OfO

14 dicembre 2009

Mingusology, parte 2


Charles Mingus - PITHECANTHROPUS ERECTUS
(Atlantic 1956)

Nel gennaio del 1956 Mingus registra per l’Atlantic “Pithecanthropus Erectus”, considerato a ragione il suo primo capolavoro. Il brano di apertura dà il titolo al disco e si tratta, come sottolinea lo stesso Mingus nelle note di copertina, “di un poema musicale jazz” diviso in quattro movimenti: (evoluzione, complesso di superiorità, declino, e distruzione). Mingus sottolinea la superbia del primo uomo che, raggiunta la stazione eretta , si sente superiore agli altri esseri viventi ancora proni : “…egli arriva a dominare il mondo,… ma sia la sua incapacità di comprendere l’inevitabile emancipazione di chi aveva tentato di ridurre in schiavitù, sia il suo tentativo di basarsi su una falsa sicurezza, non solo gli negano il diritto di essere un uomo , ma alla fine lo distruggono completamente”. Mingus usa questa metafora per denunciare la discriminazione razziale , tema caro alla sua poetica. Le doti di un compositore ormai maturo ci regalano momenti di grande intensità; nel pezzo ci sono molti dei tratti caratteristici del suo stile: polifonia , dissonanze, passaggi improvvisi di atmosfere , improvvisazioni sia solistiche che collettive sempre piegate alla narrazione. Si tratta di più di 10 minuti di musica emozionante, dove spiccano tutti i solisti: il suono tagliente del sax alto di Jackie McLean, il caldo sax tenore di J. R. Monterose, il piano monkiano di Mal Waldron e ovviamente le movimentate trame ritmiche del contrabbasso di Mingus e della batteria di Willie Jones. Con “A foggy Day” Mingus rilegge un classico di George Gershwin, cercando sempre di “raccontare” il pezzo. L’autore, alla luce di questa estetica musicale descrittiva, inserisce nel brano suoni e rumori tipici del traffico cittadino, riprodotti efficacemente dagli stessi strumenti. “Profile of Jackie” è una dolce ballata impreziosita dal virtuoso solismo di McLean. Chiude il disco la lunga e ammaliante “Love Chant”. Inizio con un ipnotico riff di pianoforte alla Ellington, cui si sovrappone un sax tenore malinconico, poi un improvviso break energico con i due sax che invitano il piano ad una sferzata di swing, poi di nuovo l’atmosfera si fa esotica con il riff iniziale, in un’ ondulazione sonora che movimenta il brano; nella parte centrale si libera un mid tempo swing che permette ai solisti di prendere gli assolo. E’ incredibile come in tutto il disco, ed in particolare in quest’ultimo brano, ci sia un approccio di tipo orchestrale, ottenuto però con un piccolo gruppo: magie del grande Mingus che usava le tecnologie di registrazione, come la sovraincisione, per ottenere effetti orchestrali con un numero ridotto di musicisti. Seminale. VOTO: 28/30 (30/30 a Pithecanthropus Erectus).

Massimo Daziani

9 dicembre 2009

Mingusology

Charles Mingus - MINGUS AH UM (Columbia 1959)

Premessa 1- Nel 1979 Charles Mingus, uno dei più grandi compositori del jazz e contrabbassista superbo, muore per una sclerosi laterale amiotropica. Dopo trenta anni dalla sua morte la sua influenza sulla musica jazz (e non solo) è ancora enorme. Questa recensione sarà la prima di una serie dedicate ai dischi più significativi del grande artista afroamericano. Minimo omaggio per un musicista immenso.

Premessa 2- Dopo aver amato i classici del rock, sposato la causa del blues e aver avuto un’ intensa passione per la soul music, a partire dagli anni 80 cominciavo ad essere attratto anche dal mondo del jazz. Iniziai a leggere qualche libro per approfondire l’argomento, comprai qualche numero della rivista Musica Jazz con i suoi dischi divulgativi. Ma il campo era così vasto e tra i miei amici rockettari non trovavo buoni alleati. La mia conoscenza del jazz passava per l’ascolto di certo Canterbury (Soft Machine in primis) e della fusion (Weather Report, Mahavishnu Orchestra, Pat Metheny, Al Di Meola, Larry Carlton e lo splendido basso di Jaco Pastorious in Ejira di Joni Mitchell) ; avevo comprato anche qualche disco di classici(Duke Ellington, Louis Armstrong, Wes Montgomery, Ella Fitzgerald) ma ancora non era scattata la scintilla della passione. Nel 1987 divento amico di Mario, ferroviere calabrese, grande appassionato di jazz e proprietario di una bella collezione di vinili. E’ lui (benedetto uomo) che mi presterà molti capolavori del jazz e tra questi un bel disco colorato , dal titolo bizzarro: “Mingus Ah Um”, Anno del Signore 1959…

“Better get it in your soul”, che apre il disco, è un brano stupefacente, summa della musica afroamericana: c’è il gospel, il blues, il r&b e tutto sembra avvenire con una spontaneità incendiaria. In realtà ad un ascolto più attento si percepisce il lavoro di un grande compositore teso a dare la massima espressività al brano. L’energia sprigionata da questa composizione sta tutta nelle urla di incitamento di Mingus ai suoi musicisti e nell’ energia contagiosa di una base ritmica tra le più dinamiche della storia del jazz (Charles Mingus e Dannie Richmond). Non si fa in tempo a riprendersi da questa forte emozione musicale che Mingus ci regala uno dei suoi pezzi più celebri e commoventi, “Goodbye Pork Pie Hat”, dedicato al grande Lester Young. Un blues, come dice lo stesso Mingus, “con accordi diversi dai soliti”, dove, attraverso una melodia struggente, è riprodotta tutta l’intensa emozione per la perdita di uno dei padri del jazz. Meraviglioso e poetico l’assolo al sax tenore di John Handy dalla tenue ispirazione lesteriana. Tocco di genialità compositiva è quel tremolo tra sax e contrabbasso che per un attimo tinge la musica di un fremito di straziante dolore. Con “Boogie Stop Shuffle” si ritorna ai ritmi incendiari del r&b. L’inizio si apre con tutti gli strumenti che suonano una specie di boogie woogie , mentre uno scatenato Richmond tiene un ritmo shuffle . Gli assoli sono tutti brevi e tesi (grande Horace Parlan al piano e adrenalinico Richmond alla batteria). La malinconica poesia ritorna con “Self- Portrait In Three Colors”, una breve e intensa composizione , tipico esempio della grande predisposizione mingusiana alla melodia. “Open Letter To Duke” omaggio sentito ad Ellington, suo indiscusso maestro, comincia travolgente con quasi un minuto di assolo del sax tenore di Booker Ervin, poi tramite un passaggio di batteria si scivola gradualmente verso una dolce ballata; il finale del brano si ravviva d’improvviso con un ritmo latino. Con “Bird Calls” ancora un omaggio ad un grande del Jazz, Charlie Parker. La composizione mingusiana riproduce l’atmosfera energica del bebop , con il sax di Handy d’ispirazione parkeriana e il piano di Horace Parlan che profuma dello stile di Powell. “Fables Of Faubus” è lo sberleffo risentito contro il governatore razzista dell’Arkansas Orval Faubus . Anche qui la capacità compositiva di Mingus è magistrale nel descrivere la tronfia perfidia del personaggio, piegando i solisti alle necessità della narrazione. Con “Pussy Cat Dues” si ritorna al blues con in evidenza il virtuosistico assolo di Jimmy Knepper al trombone. Chiude questo magnifico capolavoro “Jelly Roll”divertito e affettuoso omaggio alla New Orleans di Jelly Roll Morton. Ad onor del vero bisogna ricordare che il disco uscito nel 1959 fu manipolato dalla Columbia con tagli e censure, come nel caso di Fables of Faubus, dove fu eliminato l’accusatorio dialogo-cantato tra Mingus e Richmond. Questo disco però ebbe il merito di far conoscere ad un più vasto pubblico il genio creativo di Mingus e di consacrarlo tra i grandi del jazz. Indispensabile.

VOTO:30/30

Massimo Daziani

8 dicembre 2009

Leggero come zucchero filato


She & Him - Volume One (Merge Records, 2008)

Cantare l’amore. L’amore spensierato e adolescente. Zuccheroso all’inverosimile. L’amore leggero e fuggevole. Ad orologeria.

She & Him arrivano con passo leggero, ti prendono per mano e, prima di riuscire a realizzare cosa sta succedendo attorno, ti ritrovi in un lunapark emozionale. In un luogo artefatto, in cui si sente il profumo dello zucchero filato. Attorno volano infiniti palloncini. E ti ritrovi sopra una ruota panoramica con di fronte paesaggi incantati e stellari. In bocca il gusto delle gelatine colorate.
Sono un duo: alla chitarra Matt Ward, cantautore e chitarrista dell’Oregon – già collaboratore di artisti del calibro di Cat Power, Beth Orton e Bright Eyes – e l’incantevole Zooey Deschanel alla voce, al piano e al banjo.
Zooey, figlia d’arte, è conosciuta per le interpretazioni al cinema più che per le sue doti canore e da musicista. Protagonista, fra le altre cose, di “Guida galattica per autostoppisti” e di “500 days of Summer”. In Italia “500 giorni insieme”: trasposizione cinematografica di una storia sentimentale in cui le solite dinamiche uomo-donna si capovolgono, con un lui romantico e sofferente e una lei fredda e scettica. Nella colonna sonora del film il duo appare con la cover di “Please, please, please let me get what I want” degli Smiths.
Ma ancora prima c’è stato questo “Volume One”, album uscito un anno fa – precisamente nel marzo 2008 – per la Merge Records, indie label del North Carolina, che ha prodotto tanti begli album di artisti come Lou Barlow, Dinosaur Junior e Caribou.
L’esordio di She & Him è un gioiellino indie-pop. Tredici tracce leggere e spensierate, piuttosto semplici, dove alla voce limpida di Zooey si sommano strumenti legati alla tradizione blues e folk americana, come il banjo e la chitarra, più una serie di altri suoni, introdotti da musicisti coinvolti nella registrazione dell’album, fra cui quelli di pedal steel, basso e batteria.
Pare che i due abbiano iniziato a lavorare assieme per caso. Spinti a suonare per i titoli di coda di un film dove la Deschanel aveva una piccola parte, hanno così sviluppato una collaborazione a distanza. E le tracce registrate da Zooey nella solitudine della sua casa, poi rielaborate da Matt, sono confluite in “Volume One”.
Qui, oltre ai pezzi originali, ci sono anche diverse cover, da cui si può comprendere quale sia l’immaginario musicale cui i due tendono ad avvicinarsi. C’è un classico del R&B, “You really got a hold on me” di Smokey Robinson & the Miracles, ci sono i Beatles con “I should have know better” e, per concludere, uno spiritual come “Swing low, sweet Chariot”.
Per il 2010 è previsto il “Volume Two”. Speriamo che gli impegni cinematografici non ne protraggano di troppo l’uscita.

27/30

M.Mae


7 dicembre 2009

Pop X-mas

Dai, non facciamo i cinici punkettari, non mettiamoci il piercing anche al cuore. Ammettiamolo una volta per tutte: il Natale è la festa più bella, quella più sentita, quella che ci fa ricordare l’infanzia e che alla fine passiamo volentieri con le persone che ci stanno più a cuore. E allora da buon musicodipendente ogni anno, per entrare nel clima natalizio, mi tuffo nell’immenso oceano dei Christmas Album. Si tratta di una tradizione tipica del mondo anglosassone, dove musicisti dei più svariati generi si cimentano nella canzone a tema natalizio (vi ricordate lo splendido Lennon di “Happy Christmas- War Is Over”?) o addirittura sfornano un intero album con alcuni inediti e gli immancabili classici. Quest’anno anche lo scorbutico Bob Dylan ha pubblicato un album natalizio (“Christmas In The Heart” – Columbia), con effetti tra il grottesco (“Adeste Fideles”) e l’ispirato (“Silver Bells”). E allora beccatevi questa veloce carrellata dei miei Christmas Album preferiti.

Rock Christmas
Partiamo subito con un pezzo da novanta: Elvis Christmas Album (RCA 1957). Il grande Presley sforna un disco superbo con versioni di “Santa Claus Is Back In Town”, “White Christmas” e “Silent Night” che farebbero venire anche la Befana… VOTO:28/30. I Beach Boys con il loro Christmas Album (Capitol 1964) impreziosiscono il classico repertorio natalizio con gli inconfondibili, perfetti impasti vocali. Natale in spiaggia. VOTO:27/30. Rimanendo tra surfisti e belle ragazze abbronzate, segnaliamo questo The Ventures' Christmas Album (Dolton 1965). I Ventures, grande gruppo di rock strumentale, pubblicano un disco delizioso, dove spicca una versione morriconiana di “White Christmas”. VOTO:28/30. Finiamo in bellezza con la strepitosa raccolta, A Christmas Gift for You, curato da Phil Spector. Vabbene non è proprio rock, è più pop e anche un po’ soul, insomma è lo spettacolare Wall Of Sound pieno di regali. VOTO: 29/30

Continua…

Massimo Daziani

3 novembre 2009

Dall’uomo ad una dimensione… al Teatro degli Orrori

Un tempo c’erano gli One Dimensional Man. Nome tratto dall’opera forse più nota di un intellettuale della nostra epoca, l’espressione della schiavitù democratica. Una citazione dietro quella che fu una delle live band più capaci d’Italia. Centinaia e centinaia di concerti, da soli e di spalla a grandi formazioni internazionali (Jon Spencer Blues Explosion, Melvins,Blonde Redhead, Air e Giant Sand per fare qualche esempio), diverse partecipazioni a festival importanti, 4 dischi in studio.

Un signor gruppo insomma.

E così, dopo circa dieci anni, si arriva al 2005. Anno dell’ultimo tour: anno in cui nasce il Teatro degli Orrori. Ancora una citazione dietro cui si sviluppa un progetto musicale nuovo e tutto in italiano. I componenti hanno militato negli ODM. Tutti tranne uno. Dal primo gruppo arrivano voce e chitarra, batteria e basso, rispettivamente Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente e Giulio Favero. Mentre la seconda chitarra, Gionata Mirai, arriva dai Super Elastic Bubble Plastic.

Il nome, Teatro degli Orrori, si ispira al Teatro delle Crudeltà di Antonin Artaud. Come quello cercava di restaurare le dinamiche convulse, caotiche e violente del reale, attraverso una visione tanto profonda da concepire ogni cosa del Mondo e il contrario di essa. Notte e giorno. Pulsioni di vita e di morte come espressioni opposte ed equivalenti. Allo stesso modo il Teatro di Capovilla rappresenta la Vita per com’è. Senza fronzoli. Senza abbellimenti e senza semplicismi edulcorati. Quello che si scorge qui è un romanticismo vero, nel senso letterario del termine. È il romanticismo della passione. Di quella passione che consuma e distrugge. Che devasta.

Il Teatro degli Orrori è un progetto musicale che riflette e fa riflettere. Fa una musica che colpisce duro. Cruda e sincera. Cattiva. I testi sono ragionati e raccontano. Talvolta sono meno razionali, più impulsivi, e urlano. Questo è un gruppo che usa parole pesanti con una musica rock bella forte. Non di facile ascolto, ma, al contempo, di ampio gradimento. A testimoniarlo è il successo del primo, bellissimo, Dell’impero delle Tenebre (La Tempesta Dischi / Venus Dischi, 2007). Un album che ha segnato il 2007 musicale italiano con brani come “Dio mio”, “Carrarmatorock!”, “Compagna Teresa”, “Maria Maddalena”. Un album difficile da ripetere. (voto:30/30)

Loro però hanno realizzato un nuovo, riuscito, capitolo del Teatro degli Orrori. Ancora una citazione a fare da titolo. E così A sangue freddo (La Tempesta Dischi, 2009) – nome dell’album e della canzone dedicata al poeta e attivista nigeriano Ken Saro Wiwa – regala 12 tracce di un’umanità sincera e straziante. Brani che si fanno portatori di memoria (“A sangue freddo”, “Majakowskij). Brani che entrano nella carne, si fanno carne e la divorano. Brani che esprimono in musica le emozioni più forti. La passione, la passione sanguinaria, l’ira. Il rimpianto e la presa di coscienza delle conseguenze delle proprie azioni “sarebbe stato bello invecchiare insieme” – canta Capovilla – “la vita ci spinge verso direzioni diverse. Non te prendere, non te la prendere almeno una volta, il lavoro mi rincorre, adesso devo scappare”. Una vita che sarebbe potuta essere diversa (“Direzioni Diverse”). Denunciano le condizioni politico-economiche del mondo globale “nel terzo mondo fanno finta di vivere in democrazie, il libero commercio di schiavi c'è ancora nel terzo mondo, se parli troppo ti fanno fuori, se non ti fai gli affari tuoi, se non ti dà noia, gli zingari li bruciano e poi li mandano via “. Un mondo dove “solo le mie disperazioni mi fanno sentire ancora vivo” (“Terzo Mondo”). Ci sono, ancora, tanti riferimenti religiosi. Su tutti “Padre Nostro”, che inizia con il testo della preghiera e si chiude con un’amara consapevolezza “non soltanto Dio non governa il mondo, ma neppure io posso farci niente, non è compito mio, ci penserà qualcun altro”. La visione del Teatro è sincera e amara. E racchiude una poetica matura. Da ascoltare con attenzione. Speriamo che non smettano, che di gruppi come loro c’è sempre bisogno.

(voto:29/30)

M.Mae