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23 marzo 2016

Godspeed You! Black Emperor live @ Atlantico Live, Roma 15 Novembre 2015



Nel buio pressoché totale che immerge l’Atlantico Live due componenti dei GY!BE entrano sul palco e cominciano a far vibrare dolcemente i rispettivi violino e violoncello immettendoci subito in un’atmosfera rarefatta e candida. La pace dei sensi è lì dietro l’angolo. Ad uno ad uno, i sette elementi che compongono la band, entrano on stage cominciando piano piano a farsi sentire ciascuno col proprio strumento, in un crescendo sonoro estatico che dopo qualche minuto si tramuta in pieno rumore bianco. “Muro del suono” rende bene l’idea. Il rumore prodotto ora dal combo, pur nella sua carica sperimentale e propositiva, sembra così “organizzato” che non si tramuta (non si tramuterà mai in tutto l’arco della serata) in puro caos fine a se stesso. L’iniziale Hope Drone cambia pelle e diventa quindi Storm, tratta dal primo disco, uno dei veri e propri cavalli di battaglia della formazione canadese. E’ evidente sin dalle prime canzoni esibite che il sound dei Nostri si concentra maggiormente sugli strumenti a corda (3 chitarre sempre in primo piano e violini sullo sfondo a tessere le armonie) e sul ritmo percussivo (due batterie messe in campo), i fiati che caratterizzano molti lavori del combo sono invece totalmente fuori dai giochi. 

(lo stupendo incedere in crescendo di Storm, una della canzone più belle dei Nostri)

Il palco rimarrà sempre in penombra, senza nessun gioco di luci a mettere in mostra i musicisti che nel frattempo si dividono tra chi sta a sedere e chi in piedi, prendendo ognuno con la massima serietà il proprio fare.  Sullo schermo retrostante prendono vita, in formato split screen, immagini poetiche, spesso fallate che mostrano paesaggi, animali e scene bucoliche in generale; immagini montate con stacchi molto lenti che non hanno nulla di invasivo. Il messaggio sembra chiaro: la musica viene prima di tutto, il resto è mero contorno. Peasantry or 'Light! Inside of Light! è la canzone che apre il capitolo dedicato all’ultimo album Asunder, Sweet and Other Distress passato in rassegna dalla band cronologicamente nella sua interezza. La musica live dei Godspeed You! Black Emperor è un coacervo ben calibrato di sensualità e magia, tensione e stati ansiogeni. Un’altalena di emozioni forti che gioca sull’incontro/scontro con il pubblico che viene preso per mano dal gruppo e viene guidato negli stadi più radicali ed emozionali dalle sette note. 

(la fantasmagorica e spettrale Peasantry or 'Light! Inside of Light! apre l'ultimo disco dei GY!BE)

Dal relax più puro e intimo si passa (spesso repentinamente) a paesaggi sonori marziali, estremi, dove trionfa molto frequentemente la pura alienazione. Un sound possente e monolitico che premia i crescendo per poi sfociare nel rigore puro. Non c’è traccia di sadismo nei GY!BE, anzi, c’è casomai la consapevolezza che la musica è un viaggio ipnotico dove non esistono mete o approdi certi. C’è ancora spazio per un inedito e per un’inquieta The Sad Mafioso prima di fuggire dalla metafisica della serata per tornare alla realtà. 

Marco 0f0 Giappichini

Sufjan Stevens live @ Teatro della Luna, Milano 21 Settembre 2015




(da Blow Up #211, rubrica "Visti & Sentiti" dicembre 2015)

La strumentale ed eterea Redford, brumosa quanto basta e suonata nell’oscurità della sala, ci introduce perfettamente al mood di una serata dove intuiamo subito che regnerà lo spleen agrodolce dell’ultimo atto a firma Sufjan Stevens: Carrie & Lowell. Sull’arpeggio iniziale di Death with Dignity si accendono le luci soffuse e si mettono in azione i 9 pannelli collocati dietro il palcoscenico, messi a mo di Pala d’altare ecclesiastico (casualità?) che proiettano scenette di filmini familiari in 8 millimitri, direttamente dall’archivio d’epoca della famiglia di Stevens, immagini che torneranno spesso nel corso della serata. E il live dell’artista statunitense che sta prendendo forma si può già ben riassumere così: un’esibizione accorata, tra il privato e il pubblico, in cui il mettersi a nudo pubblicamente diventa un’esigenza (un’urgenza?) per raggiungere una catarsi collettiva dove ognuno di noi (Lui/Noi) fa la sua parte mostrandosi in modo autentico per quello che è. 


(Death with Dignity apre l'ultimo disco di Sufjan)


Difficile infatti sottrarsi a questo compito che ha il sapore del mistico e del biblico quando sul palco ti si palesa davanti, in tutta la sua fragranza, Sufjan: un angelo mandato su questa terra da dio in persona (l’occhio di bue che spesso lo illumina potrebbe sembrare il suo occhio) per irrorare con la sua celestiale voce (si, pazzesca anche dal vivo) questi tempi bui. Essere atei non serve a niente, non hai scampo: dalle casse del Teatro della Luna si diffonde una delicatezza e una pace che sanno di universale; un flusso innodico comunque chiaroscurale, classico e leggero al tempo stesso. Coadiuvato dai quattro sodali chiamati ad accompagnarlo, Stevens complica, arricchisce e colora gli scarni arrangiamenti dell’ultimo album (esibito nella sua interezza) trasformando le canzoni da minimali che erano a vere e proprie “suite rock”, dove il crescendo diventa la formula musicale perseguita. Chitarre, mandolini, piano, laptop, rhodes, synth, fiati (tutti i componenti suonano tutto) e soprattutto percussioni e batteria (quasi assenti in Carrie & Lowell) trasformano questi brani facendoli diventare più appetibili e “divertenti” (passatemi il termine) in fase live, rendendo la serata imprevedibile e movimentata. Ecco così, per esempio, che All of Me Wants All of You diviene quasi psichedelica e The Only Thing cambia pelle in pezzo elettronico. Alla sola No Shade in the Shadow of the Cross è concesso il privilegio di rimanere nuda e cruda così com’è, chitarra e voce, mentre dietro viene proiettato in campo totale un paesaggio scoglioso da Mar del Nord che si tramuta in puro paesaggio mentale. 


(il video di No Shade in the Shadow of the Cross viene retro-proiettato anche nel live di Sufjan)



Siamo dalle parti del sublime o poco ci manca. Prima dei bis il songwriter, silente per tutta la serata fino a quel momento, si scusa con la platea se le sue canzoni sono “… so sad” ma che d’altronde quello è l’unico modo in cui riesce a comporre e esprimersi. Riusciamo a perdonarlo. Dopo una manciata di canzoni estratte dai suoi primi album viene affidata a Chicago, esibita in punta di piedi, l’onore di chiudere una serata salutata dal pubblico con una sentitissima standing ovation, rara per intensità e partecipazione, e un interminabile applauso. 

Marco 0f0 Giappichini

29 settembre 2015

IOSONOUNCANE live @ Init Club, Roma 16 Aprile 2015




(da Blow Up #206, rubrica "Visti & Sentiti" guigno 2015)

L’intro che accompagna l’istrionica entrata di scena di Jacopo Incani in arte IOSONOUNCANE nel suo stage romano targato Init Club ti fa subito capire che la serata non lascerà prede. O bere o affogare sembra suggerirci l’artista sardo, evidenziando il tutto a suon di decibel sparati a manetta dove risuonano gorgheggi allucinati in stile Tenores de Bitti (che di tanto in tanto torneranno nel corso della serata qua e là senza fissa dimora, quasi a rimarcare le origini del nostro) deformati e mostruosamente osceni nella loro lucidità, accompagnati con  delle basi molto vicine allo stile harsh-noise di inizio millennio. La intro si tramuta piano piano in Tanca, brano di apertura del recentissimo e monolitico Die e Jacopo, one-man band per antonomasia, incomincia a spippolare con rara maestria su console, tastierine, samplers e laptop. Sin dalle prime melodie risalta subito all’orecchio che la luciferina e peculiare voce del Nostro in sede live è esattamente come quella che amiamo nei suoi dischi e questo, con i tempi che corrono (e coi filtri che girano), è un segno più che apprezzabile. Nel frattempo, sempre dietro la sua postazione, Jacopo sciorina una ad una, in perfetta sequenza, tutte le canzoni del nuovo album; canzoni come Buio o Carne vengono riproposte nude e crude senza troppi stravolgimenti, sempre sul filo tra avanguardia, ridondanza mistica, spinte progressive e pop drogato. 


("Gorgheggi allucinati in stile Tenores de Bitti" rintracciabili in Tanca)



L’alto volume del locale con l’aggiunta di qualche rumorismo in più coadiuvano il cantautore a perseguire la missione che si è imposto beffardamente sin dai tempi del primo omonimo Ep: come fosse un novello (e sadico) Virgilio, IOSONOUNCANE ci vuol prendere per mano e ci vuol fare da guida nel tortuoso cammino attraverso l’inferno odierno, ovvero il nostro mondo attuale, non risparmiandoci di alcuna visione possibile. Per questa ragione neanche Stormi, quella che al primo ascolto definiresti una canzone pop, riesce a conciliarti in toto con la vita, anzi. Nella scaletta tra Paesaggio e Mandria l’artista si prende la concessione d’improvvisarsi techno-dj andando giù duro di cassa dritta trasformando l’Init per qualche decina di minuti in un piccolo house-club. I bis sono due e sono affidati ovviamente al repertorio del debut-album: su La Macarena su Roma Jacopo ritrova tutta quella logorrea e teatralità che avevano caratterizzato il primo disco (spinte che si sono affievolite un po' nell’ultimo lavoro) e addirittura  abbozza un siparietto brechtiano, comico e agghiacciante al tempo stesso, dove le vittime designate del suo caustico sproloquio sono le donne. 


(Strormi, canzone così Pop che la mia vicina di casa 18enne l'ascolta a manetta, giuro!)


In chiusura, e non poteva essere altrimenti, l’artista imbraccia, per la prima volta in tutta la serata, la sua chitarra acustica e intona il suo capolavoro Il Corpo del Reato, per il sottoscritto una delle più belle e commoventi canzoni italiane di sempre sull’essere e il non essere. 

Marco 0f0 Giappichini


18 aprile 2015

Uyuni live @ Klamm, Roma 24 gennaio 2015



(da Blow Up #202, rubrica "Visti & Sentiti" febbraio 2015)


Nei comodissimi divani del Klamm (locale nato da pochi mesi ma che si è già conquistato un posto di rilievo tra i mille che spuntano come funghi nel movimentato quartiere del Pigneto) i live, non sappiamo esattamente il perché, acquistano sempre un sapore magico. Sarà per l’atmosfera cosy che si respira all’interno, sarà la bravura degli artisti chiamati a suonare in semi-acustico sulle… poltrone; sarà per la distanza tra artista e spettatore completamente azzerata grazie appunto ai “democratici” divani, sarà quel che sarà, ogni esibizione al Klamm è sempre una piacevole sorpresa, una perla inaspettata. Non fa eccezione il live degli Uyuni, band romagnola capitanata da Nicola “Lompa” Lombardi e fresca di uscita con il bellissimo album Australe (trovate la recensione su Blow Up #199). 

(uno scorcio dei divanissimi del Klamm, dietro Amaury Cambuzat. Eh oh, accontentatevi.)


Dal vivo la formazione a tre prevede la chitarra acustica di Lompa filtrata da pedali, pedaliere e tutto quello che si può avere a disposizione per stravolgere e rendere noisy il suono della chitarra, la batteria minimale (cassa, rullante, raid) di Inserireilfoppino ora suonata di spazzola, ora pestata più duramente e la sinuosa tastiera di Alice Berni usata come basso in alcuni pezzi e come tappeto armonico a mo’ di xilofono in altri. Weird folk non è il termine esatto ma può servire per far capire i mille sentieri che può prendere il sound del combo in sede live, partendo appunto dalla spiccata matrice folk-roots. Chicche pop come Molte volte niente o Albero, suonate in punta di bacchetta e cantate dal buon Lompa con l’ausilio del controcanto di Alice, si alternano a umori musicali puramente faheyani come Qualcosa a cui non pensavi da tempo dove è la chitarra a dominare la scena; brani resi robusti da botte di slide-guitar distorta e batteria pigiata quanto basta (che ci ricordano i Bud Spencer) fanno invece da contraltare a momenti di pura psichedelia e drone-ambient vedi alla voce Ojos de Salar, lì pensi subito a Six Organs of Admittence (che a parer mio non è poi così male come modello). 

(Albero, una delle più belle e commoventi canzoni folk-pop italiane degli ultimi decenni)


In scaletta anche brani pescati della tradizione americana come Pretty crowing chicken e la cover Dark was the night, cold was the ground di Blind Willie Johnson, per far capire quali siano le radici. Se passassero mai nella vostra città non declinate l’invito ad andarli a vedere. Ancora meglio se su un comodo divano. 

Marco @0f0 Giappichini

Thegiornalisti live @ Circolo degli Artisti, Roma 18 dicembre 2014


(Da Blow Up #201, rubrica "Visti & sentiti" febbraio 2015)


Per una band purosangue de romani de Roma fare per la prima volta Sold Out al Circolo degli Artisti è un po’ come per un brasiliano giocarsi la finale della coppa del mondo al Maracanà (ops!): non fare figuracce e portare a casa la coppa è l’unica cosa che conta. L’Intro un po’ ti-piace-vincere-facile che accompagna l’entrata della band è affidata a una Ricordati di me del Vendittone nazionale sparata a tutto fuoco dalle casse del Circolo che scalda e gasa non poco il fremente pubblico capitolino.

(video con grafica oscena tanto per farvi capire di cosa parliamo quando parliamo di Intro)


Se è vero che “..io sono uno di quelli che se a calcio sbaglia il primo pallone butta via tutta la stagione” (parafrasando Proteggi questo tuo ragazzo) l’apertura con Se lei viene giocata sapientemente bene dal combo anche se il baffuto frontman Tommaso Paradiso , visibilmente il più emozionato dei Nostri, inizialmente stenterà a ritrovare quel tono di voce così peculiare e caratterizzante (molti hanno gridato al plagio di Dalla) che si è fatto amare non poco su Fuoricampo.  Ma si sa, le canzoni esistono per essere smentite e il cantante piano piano, scaldandosi, troverà la giusta via e il concerto alla fine sarà tutt’altro che da buttar via. Fuoricampo dicevamo, il recente e consacratorio album dei romani che nella serata viene legittimamente sviscerato e passato in rassegna nella sua interezza; canzoni come Mare Balotelli o Fine dell’estate sono evidentemente diventate dei veri e propri anthem entrati di diritto nel cuore dal pubblico, veri e propri classici da cantare a squarciagola tutti insieme appassionatamente. I thegiornalisti non sono immuni a tutto questo entusiasmo e da ragazzi poco inclini alle pose quali sono, non smettono mai di ringraziare l’affetto profuso del pubblico. 

(video di "Fine dell'estate" @ Circolo con tanto di audio slabbratissimo e effettazzi psychedelici sullo sfondo)



L’atmosfera via via cresce e si fa calda e amicale. Quel mood ipnagogico e trasognante molto 80’s che impregna deliziosamente l’ultimo cd, reso benissimo anche in sede live (la band è in classica formazione chitarra, basso, batteria, tastiere & samplers), viene interrotto da una manciata di vecchi cavalli di battaglia dagli umori marcatamente più rock e sanguigni: vedi la afterhoursiana Io non esisto, oppure dalla strampalata versione chitarra-voce di Corso Trieste de i Cani, omaggio a Niccolò Contessa che si dice presente in sala. Chiusura affidata al tormentone Promiscuità (quello si molto dalliano) cantata da Tommaso in piedi sul bancone del bar e dai noi tutti lì sotto schiumanti. E così “..anche il più piccolo tremore se ne va quando sei su una nuvola”. 

(l'unico video che sono riuscito a trovare su youtube di "Promiscuità" esibita quella sera. Se date fiducia al testone che impalla il cantante all'inizio, dopo un pò si sposta.)
                                                              


Marco @0f0 Giappichini


4 luglio 2011

Tra il serio e il faceto


JOHN WIESE + MATMOS
Roma, Circolo degli Artisti, 23 maggio
La serata comincia con il set granguignolesco di John Wiese, collaboratore fra gli altri di Sunn O))), Wolf Eyes, Merzbow. E’ subito un rimuginare di suoni e rumori sciaborditi e sconquassanti. Esperimenti di musica(?) sensiorale di provenienza harsch, informità di rumori monocromi e scurissimi, sorta di industrial bulimico che mangia se stesso e viene rigettato a noi. Il gioco è bello finché dura poco e 15 minuti a disposizione di Wiese sono più che sufficienti per farci entrare e uscire da quest’incubo sonoro che non lascia prede. La speranza che il duo di San Francisco sia più tenero nei nostri confronti è concretizzata quando i due entrano e si piazzano dietro la propria superconsole: Drew Daniel è vestito come uno straccione metallaro anni ’80 e di dirimpetto Martin Schmidt si presenta con un completino very chic da businessman (una sorta di parodia che simboleggiare la doppia anima ludico-seriosa del combo). Chiedendoci di fare silenzio, tra colpi a triangolo e campanacci, le luci si abbassano ed ha inizio il rito. I moog diventano spettrali, Drew mima balletti ascetici in piena trance performativa e nel frattempo entrano sul palco 8 personaggi con tanto di occhiali oscuranti e cuffie, che si posizionano dietro ad altrettanti microfoni. C’è chi solfeggia, chi gorgheggia, chi parlotta e chi canticchia - ovviamente ognuno rigorosamente per i fatti suoi – e si crea una specie di armonia innodica e ordinata coadiuvata dagli organetti distesi e oscuri messi in campo dai Matmos. Il pezzo finisce in una palingenesi di pace e quiete che contraddice il confusionario inizio. Alla fine sapremo che gli 8 elementi sono stati trovati a Roma il giorno stesso e le prove si sono svolte direttamente sotto i nostri occhi!  La seconda fase del live si apre con una canzone(?) che potrebbe stare benissimo in Supreme Balloon (anche se in quel disco non c’è): il moog e il touch sono i medesimi, le ritmiche pure. Sul filo tra il ballabile e il contemplativo lo show prende, piano piano, piaghe lisergiche (anche) per merito della psichedelia disegnata dal chitarrista che accompagna il duo, il video tutto pasta e colori sullo sfondo fa il resto. A sorpresa spunta fuori quella Treasure suonata nell’album Treausure State insieme ai So Percussion che live diventata un pezzo tropicálista; oggetti vari, rumori da giungla e schiamazzi scimmieschi fanno da corollario, trasformando la dolcezza del carillion iniziale in puro caos ferino. Da Supreme Balloon (l’ultimo disco ufficiale) i Matmos ci propongono Rainbow Flag. Il florilegio di colori e di felicità sbarazzina del refrain implode in momenti dark-noise (come un allucinogeno che ad un certo momento te la fa prendere male) per concludersi in una coda cow-folk, specie di parodia western cantata dai due protagonisti in salsa punk. Martin ci fa sapere che era una cover dei Buzzcocks (ci fidiamo?) mentre Drew (che parla un ottimo italiano) ci racconta una barzelletta abbastanza oscena. Tra momenti pansonichiani di puro delirio glitch (ecco che si rivede sulle scene Wiese), colte sperimentazioni in fieri e momenti dance-pop, il live si scioglie in un delirio di luci e ombre che sono archetipo delle dualità intrinseche nella musica dei Matmos. Due geni, seri e faceti, che fondamentalmente non sanno se prendersi sul serio o meno. A noi va bene cosi.
OfO

4 giugno 2011

Sufjan sembra impazzito. Invece è un genio: cronaca del concerto dell'anno (e forse del decennio)


Sufjan Stevens, per la prima volta in Italia. E' sbarcato a Ferrara lo scorso 24 maggio, al Teatro Comunale: una cornice perfetta per lo show che ha deciso di portare in giro per il tour di "The Age od Adz". Due ore e mezzo di incanto, stupore e meraviglia. Elettronica, pop, la sua voce calda da country, navicelle spaziali, cosmonauti vestiti di fluo e gigantesche ali bianche. E monologhi infiniti in cui si è fatto conoscere meglio dal pubblico, visto che non rilascia interviste. Almeno non ha me.

Il teatro è da tutto esaurito. Il pubblico è emozionato. Ad aprire la serata, uno dei musicisti di Sufjan: DM Stith, biondo chitarrista che ha scaldato l'atmosfera con 4 pezzi folk-country alla Jeff Buckley, con qualche velo di Bowie. Notevole e bravissimo. Così, uno si aspettava un concerto da Sufjan: uno che ha cominciato qualche anno fa a dirti "Come on and feel the Illinois" e poi voleva fare un disco per ogni stato dell'America. Molti pezzi li dedica a Dio, citando versi della Bibbia. Pazzo, ma pur sempre cantautore slow country, indiefolk.


Poi, nel 2010 tira fuori questo "The Age of Adz", molti pensano che la svolta elettronica non gli sia consona. In realtà, ha sfornato un album pazzesco, curatissimo e da 10 e lode. Chissà che farà dal vivo.
Ecco, dal vivo Sufjan ci ha fatto restare a bocca aperta. Undici persone sul palco, scenografie cosmiche, videoproiezioni di fumetti spaziali, due coriste ballerine che sembrano uscite da H&M. E' un vortice di colori, di suonini elettronici e campionamenti. Sufjan e la sua band sono tutti vestiti da astronauti (o cosmonauti, se preferite la versione sovietica) con tute dai colori fluorescenti. Appena uscito (cantando "Seven Swans") ha anche delle ali attaccate dietro. Uno spettacolo degno di Georges Méliès.

Onirico, visionario, schizofrenico. proprio come Royal Robertson, figura che il musicista spiega e di cui narra la storia tra un pezzo e l'altro: un artista americano scomparso nel 1997, affetto da schizofrenia e morto in solitudine nel 1997. Disegnava strisce da comic e grafic art a sfondo cosmico, era convinto che gli alieni stessero per arrivare a bordo di un'astronave guidata da Dio. E Sufjan, a partire dal'art work e dal titolo dell'album (che è una citazione di un suo lavoro) fino alla chitarra con su scritto "Royal", si è talmente innamorato di questo personaggio che ha improntato tutto il live sul suo immaginario. Le proiezioni, infatti, sono di Robertson e l'effetto è un po' da Kraftwerk con qualche rotella fuori posto. Meraviglioso.

Il live è un crescendo di emozioni, da un palchetto di un teatro in cui di solito fanno l'opera. Nel frattempo, sta per nascere mio nipote all'ospedale Maggiore di Bologna e io non ci sto più nella pelle. Fa tutto il disco nuovo, dilatando alcuni pezzi frullandoci il cervello. Chiacchiera parecchio, spiega che in questo nuovo lavoro ha lavorato molto sul movimento e sul collegamento col ballo: via, tutti cominciano a muoversi un po' come automi flessibili, a ritmo di musica. Ogni tanto spara delle frasi di cui lui stesso ride come un bambino. Tipo: "Ogni azione ha una reazione, l'universo è in armonia e noi dobbiamo essere pronti ad integrarci con lui".

Sms di mia madre: ancora nulla, domani le faranno una flebo per indurre le contrazioni. Ok. Arriva una navicella spaziale fatta con materiali di sicuro made in China, ma molto simpatici e che rendono perfettamente il livello della produzione: in pompa magna, ma low cost. Perfetta filosofia indie, insomma. DIY o lo-fi. Quel che volete.

Una delle coriste si infila su per i palchetti, e sbuca arrampicandosi, restando in bilico e continuando a cantare. E' "Impossible soul" (il pezzo che pure sul disco dura 25 minuti),
fatta in tutte le declinazioni del power-pop, power electro. Pure col vocoder! In platea si alzano e ballano.



Escono. Rientra prima lui da solo. Fa qualche pezzo dei precedenti album, al piano e con la chitarra.

Poi, la magia. Parte "Chicago", escono palloncini colorati e il finale è un mondo sempre più fiabesco, un po' da Teletubbies, in cui è inevitabile pensare alla felicità che un concerto del genere può infonderti. Un artista come pochi ce ne sono in giro, che mette su uno spettacolo a 360 gradi, si regala al pubblico anima e corpo e pur nella sua essenza indipendente realizza qualcosa di grandissimo. E' il concerto del decennio, ne sono sicura.



Esco dal teatro, chiamo mia madre. "Le stanno facendo il cesareo d'urgenza". Si vola a Bologna, di corsa. Un po' d'ansia, chissà come andrà. A 00.44 mio nipote era già nato e io capisco che nella stessa ho assistito a due eventi indimenticabili.

Conservo il biglietto e appena cammina gli regalo "The Age of Adz". Crescerà bene.

Scheggia

24 maggio 2011

Scusate Il Ritardo

North Mississippi Allstars @ Blue Note [Milano, 07.05.2011] - Prendo a prestito il titolo di un celebre film di Troisi, per giustificare il lungo lasso di tempo passato dall’esibizione dei North Mississippi Allstars al Blue Note di Milano (sabato 7 maggio) a questa mia recensione. Oltre ad impegni radiofonici (a breve arriverà un breve articolo di presentazione del programma rock che sto conducendo su una piccola emittente…) che mi lasciano poco tempo per scrivere, il problema è stato che stavolta i ragazzi del Mississippi non mi hanno convinto del tutto. E quando non sono entusiasta mi viene difficile scrivere. Alla fine mi sono deciso perché il set live dei NMA non è stato tutto da buttare e poi forse perché cerco di dimenticare che oggi avrei dovuto essere a Ferrara ad assistere al concerto di Sufjan Stevens e invece, per vari motivi, ho dovuto rinunciare.
Mi aspettavo molto dalla band dei fratelli Dickinson, visto l’eccellente concerto a cui avevo assistito a Castel San Pietro Terme (BO) il 27 maggio del 2007. Il Blue Note è un bel locale, spazioso, con un’ottima acustica, anche se l’atmosfera è un po’ fighetta e freddina: certo non il massimo per un concerto di blue-rock… Comunque grande è il mio stupore quando arrivano sul palco i due fratelli senza l’apporto del ciclopico bassista Chris Crew. Oggi il duo chitarra e batteria va di gran moda, White Stripes e Black Keys docet, ma francamente io li preferivo in tre. Soprattutto nella riproposizione delle canzoni dell’ultimo ottimo album, Keys to the Kingdom, la mancanza di Chris si è sentita eccome. Quindi non del tutto convincenti Let It Roll, Ain’t No Grave e soprattutto The Meeting (d'altronde è difficile far dimenticare il controcanto di Mavis Staples…) che fanno decisamente più bella figura nelle arrangiate versioni da studio. Le cose vanno decisamente meglio quando i nostri affrontano i classici del North Mississippi Hill Country Blues, nati per essere suonati in rustici juke joint a volte proprio con solo chitarra e batteria. E allora finalmente ci gustiamo una devastante versione di Goin’ Down South del maestro R. L. Burnside e un’energica Shake ‘Em On Down di Mississippi Fred McDowell. Divertente anche la parentesi acustica in cui i due fratelli, imbracciate le chitarre, ripropongono sonorità vicine ai set unplugged degli Allman Brothers Band. Dopo un’ ora e mezza, poco per il loro standard, Luther, alla chitarra elettrica e Cody, alla batteria, ci salutano. Un concerto con molte ombre e qualche luce, che non regge il confronto con lo splendido live act di Castel San Pietro, dove fra le alte cose suonarono per più di due ore. Dopo un po’ di ricerche in rete non sono riuscito a capire se quella a due è una formazione momentanea o una scelta definitiva. Io spero per la prima ipotesi e do un 26/30 al concerto più per la grande stima che nutro nei confronti di un eccellente chitarrista come Luther e di un ottimo batterista come Cody, che per la riuscita della serata.

Massimo Daziani

25 aprile 2011

L’incoronazione della Regina di Cuori

John Grant @ Chiesa di Sant’Ambrogio [Villanova di Castenaso (BO), 19.04.2011]. Quando i Midlake si sono così innamorati delle canzoni dell’ex leader degli Czars, tanto da convincerlo a registrarle nel loro studio, suonando e producendo il suo splendido debutto solista, devono aver sentito delle versioni scarne e toccanti, simili a quelle che hanno scaldato i nostri cuori nell’inedita cornice della chiesa di S. Ambrogio a Villanova di Castenaso, paese alle porte di Bologna. E’ un John Grant emozionato e felice quello che si presenta di fronte ad una nutrita platea di suoi fans, regalando loro qualche brano degli Czars e l’intera riproposizione di Queen Of Denmark, uno dei dischi più belli del 2010 (e non solo…). Grazie anche all’aiuto di un bravo tastierista, John ha saputo commuoverci con intense versioni di Where Dreams Go To Die, Marz, TC And Honey Bear (meravigliosa), Queen Of Denmark. Uno dei momenti più coinvolgenti del concerto è stato quando Grant ha eseguito la canzone finale, Little Pink House, tratta da Goodbye, album pubblicato dagli Czars nel 2004; in questo brano, che John scrisse in memoria della sua amata nonna, è condensato tutto lo stile del nostro, fatto di melodie struggenti, cantate con voce intensa, accompagnate da note di pianoforte romantiche e malinconiche.
Durante l’esecuzione dei brani la tensione fra il pubblico è palpabile: una tensione positiva, dettata dalla consapevolezza di assistere ad uno spettacolo unico, frutto del talento di un artista vero; il silenzio è assoluto, nessuno vuole farsi sfuggire nemmeno una nota della performance di Grant. E poi, alla fine di ogni canzone, un lungo, sentito e liberatorio applauso. Dopo un’ora e mezza di concerto, che anche nelle puntuali spiegazioni del nostro si rivela un continuo flusso emozionale, John Grant ci saluta calorosamente e se ne va. Usciamo nella dolce notte primaverile, consapevoli di aver riposto bene la nostra fiducia di appassionati e già orfani di cotanta esperienza musicale. Ma non tutto è perso: ci rimane la consolazione di una manciata di suoi ottimi dischi con gli Czars e un album solista capolavoro. E non è poco in questi nostri tempi bui…

Voto: 29/30

Massimo Daziani

25 dicembre 2010

X-mas Concert, Silvia Manco Solo Piano In Rome

Silvia Manco Live @ Pentagrappolo (Roma 23.12.2010). Dopo la bella sorpresa dell'album natalizio (Suddenly It's Christmas Time), vengo a sapere che Silvia Manco il 23 suona a Roma da sola, in un locale chiamato Il Pentagrappolo. Allora non mi faccio sfuggire l'occasione e prenoto un tavolo per le 21. Mentre sorseggio la mia birra, la vedo arrivare: mi presento e le chiedo se dopo il live set possiamo fare una chiacchierata musicale. In realtà un'anticipazione del colloquio post concerto avviene già nel momento in cui vengo presentato al proprietario del locale, Emiliano Pari, originale via di mezzo tra un musicista ed un oste. Si comincia a parlare della passione musicale di Emiliano, condivisa anche dalla Manco, il soul-funk degli anni 70, con inevitabili citazioni di Donny Hathaway, Stevie Wonder, The Meters. Silvia mi dice che Emiliano è un ottimo cantante e pianista (cercate su youtube e ne avrete la conferma…) e scopro che ha pubblicato un album autoprodotto, New Morning. Insomma il clima è già caldo quando Silvia si accomoda al piano. In versione solitaria rifarà integralmente tutto il suo Christmas album, con interpretazioni sentite di Silent Night, I Wish I Knew How, Suddenly It's Christmas Time. L'atmosfera si fa più allegra in brani come Jingle Bells, Little Drummer Boy, Borboleta e nella spiritosa 'Za You, Santa Claus?, dove la Manco si dimostra conoscitrice del focoso stile pianistico di New Orleans. Alla fine sono felice come un bambino, perché non potevo concludere meglio la mia consueta full immersion nell'universo della musica natalizia. Poi Silvia si siede al mio tavolo e cominciamo a parlare. Le chiedo della sua formazione musicale e scopro che i suoi studi di pianoforte sono stati irregolari: dapprima lezioni individuali classiche, mal sopportate, poi la decisione di andare a Roma ed iscriversi ad una università musicale privata. Ma in realtà la vera svolta artistica è stata quella di aver frequentato l'ottima scena musicale jazz romana, ascoltato i consigli dei musicisti più esperti e soprattutto aver suonato tanto dal vivo. Inevitabile la mia domanda sulle sue influenze musicali. Silvia ammette di essere stata influenzata dalla musica che ascoltava il padre: Otis Redding, Ray Charles, Stevie Wonder (e bravo il babbo!). La sua passione per il jazz si rivolge a quei musicisti che oltre ad essere validi strumentisti, sono soprattutto grandi compositori (Duke Ellington, Mingus, Wayne Shorter, Herbie Hancock). Altro suo importante interesse è la bossa nova (João Gilberto, Antonio Carlos Jobim). Mi cita pure alcuni cantautori italiani come Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, ammirati soprattutto come grandi creatori di testi. E in effetti ascoltando il suo ultimo album, Afternoon Songs, possiamo sentire come tutte queste influenze siano state abilmente amalgamate. Alla fine mi rendo conto di avere di fronte un'artista sempre pronta a mettersi in discussione, a confrontarsi con altri musicisti, molto concentrata nel costruire un suo stile personale. E inoltre si è dimostrata una persona disponibile e gentile. Thanks Silvia…
VOTO: 28/30
Massimo Daziani

12 novembre 2010

My name is Prince and I am Funky

Prince Live @ PalaLottomatica
(Roma 02.11.2010)


Erano più di venti anni che il genio di Minneapolis non veniva a Roma. Allora me lo persi perché facevo il militare (cose che capitavano ai maschietti nati nella seconda metà dell’altro secolo…). Nella mia classifica personale dei live da non perdere, quello di Prince era al primo posto. E stavolta non mi sono lasciato sfuggire l’occasione.

Diciamo subito che il principe Rogers Nelson, presentatosi in splendida forma fisica, ha fatto un concerto spettacolare. All’inizio mi è un po’ dispiaciuto non vedere sul palco una bella sezione fiati; la band era composta da tre coriste (Shelby Johnson, Liv Warfield, Elisa Dease), ben tre tastieristi (il maestro di pianoforte Renato Neto, Morris Hayes e Cassandra O'Neal), un batterista (un superbo John Blackwell), una bassista (l’attraente Ida Nielsen) e la funanbolica chitarra del genio. Ma in questo concerto Prince, della sua più che trentennale carriera, ha nettamente privilegiato gli anni 80 e quindi è stato coerente nello scegliere una band che avesse le caratteristiche soniche di quegli anni (leggi prevalenza delle tastiere). Le mie perplessità iniziali sono state spazzate via quasi subito dalla poderosa ondata sonica che sua maestà ci ha riversato con un incipit sismico. Infatti si parte con Let’s Go Crazy, Delirious e 1999. A quel punto il PalaLottomatica è già una bolgia e sotto il palco si balla sfrenatamente. Quando poi Controversy sfocia nel mitologico hit funky-dance Le Freak degli Chic, i seimila fans presenti si sono letteralmente scatenati. La successiva Angel, intensa ballad di Sara McLachlan , affidata alle ottime doti vocali della corista Shelby Johnson, ci ha dato un attimo di tregua chinesiologica. Poi le danze sono continuate grazie all’irresistibile ricetta sonora del principe fatta di contagioso groove funky, iniezioni di energia rock, spruzzate di psichedelia , ritmi dance e dolci aromi soul. Assistere ad un concerto di Prince è come ripercorrere ad altissima velocità tutta la secolare storia della musica afro-americana. Così è facile ritrovarsi a danzare sulle note di Let’s Work e di Kiss, splendido brano tributo al maestro James Brown, o a cantare a squarciagola Purple Rain, mentre le volte del PalaLottomatica si colorano di viola e le note del suo assolo di chitarra si trasformano in affilate saette che vanno a centrare quel muscolo che è bersaglio esclusivo di Eros. Mr Nelson si muove sinuoso e balla con classe; la sua voce è sempre gestita con grande destrezza e come maestro di cerimonia non conosce rivali. His name is Prince the one and only!


Voto: 30/30

Massimo Daziani


P. S.: Questo concerto faceva parte del 20 Ten tour 2010. 20 Ten è il titolo del recente disco che Prince ha pubblicato allegandolo a riviste tedesche, scozzesi, inglesi e belghe... Era lecito aspettarsi la riproposizione live di alcuni dei brani presenti in questa sua ultima fatica discografica. E invece mancu pi nenti! Nobili stravaganze...

P.S. II: Dopo 22 pezzi, quando si erano già accese le luci e il PalaLottomatica era quasi vuoto, il principe della sregolatezza si è ripresentato sul palco e ha fatto una versione di Peach, pare tiratissima. Avrete capito che io, come molti altri, ero già uscito…Ma porca escort!

8 novembre 2010

Don't Worry Four Tet

Four Tet live @
Circolo degli Artisti
(Roma,
04.11.2010)






Parliamoci chiaro, la serata non mi è dispiaciuta.
Potete scommettere che se Four Tet è a Roma, o da qualsiasi altra parte mi trovi a passare, Io sarò sotto al palco. In ogni location, in qualsiasi situazione, senza i documenti, senza cena, con le ammaccature post-disarcionamento per una guida troppo distratta.
Arrivo all'esterno del luogo che ospiterà la performance dell'artista dalla collaborazioni multiple e capisco che nonostante la serata capitolina sia strabordante è proprio quello che ho scelto io l'evento che ha stravinto all'urna delle alternative. Fila al botteghino (dove campeggia la scritta sold out a frustrare le aspettative di chi era venuto tranquillo di trovare un angolino da dove poter gustare una cena così pregiata) e pienone nel giardino del Circolo degli Artisti. Un paio di birre, una sigaretta e due chiacchiere in attesa dell'ora in cui l'artista prenderà il posto del dj set che lo precede. Quando l'atmosfera comincia a frizzare mi infilo dentro la sala, al solito affollatissima, catalogando le mie aspettative come se fossero i tappi di sughero delle bottiglie stappate in occasioni speciali. Storielle, come quella di ritrovare i suoni dell'artista che anche Susumu Yokota aveva scelto per la sua compilation Lo, o i picchi che avevo ammirato nei suoi cd, a mio parere, migliori (Pause e Rounds), o ancora le atmosfere di quello splendido pezzo che è Sleep, Eat Food and Have Vision. Purtroppo nulla di tutto ciò si materializza, la serata comincia con Love Cry e quando arrivano la voce bianca sintetizzata di Angel Echoes capisco già che la missione della serata sarà quella di sopperire con qualche espediente alla scomoda situazione di stare in un posto inondato di musica per le gambe quando le gambe non ti servono neanche per stare in piedi, vista la densità. Niente No More Mosquitoes, niente My Angel Rocks Back and Forth, in questa sua esibizione lo sperimentatore sonoro londinese della Domino sembra vestire i panni Berlinesi tanto la sua musica somiglia ad una produzione BPitch Control. Agitato da tappeti quasi house o da ritmi pseudo acid-lounge con suoni inesistenti il pubblico si esibisce in uno scatenato ballo dello spermatozoo, riuscendo a muovere solo la testa. Quando Four Tet cerca di alzare il livello intellettivo del suo campionatore suonando This Unfold capisco che la platea, viziata da un inizio sparato, non ne vorrà sapere di virtuosismi. Fischi del pubblico: niente da fare caro Kieran questi vogliono la carica. Il ragazzo è intelligente lascia partire Worth, anche senza Burial, quindi senza ingresso introspettivo. Spirit Finger, questo pezzo sì che mi piace, ma forse senza la cornice le orecchie non ne riconoscono la fragranza. Sembra l'ultimo pezzo, ma invece no, mi devo sorbire anche un bis che mi annoia più di tutto il concerto passato. Serata da presenzialisti, pochissimo altro, bella la sensazione di aver ascoltato un artista dal potenziale infinito che per qualche oscuro motivo ha deciso per una serata di fare il caratterista davanti ad un pubblico, comunque, poco esigente. Questa sensazione di limitazione potenziale mi è stata confermata dall'espressione e dalle parole smozzicate di Four Tet che quando mi sono avvicinato offrendogli i complimenti da ammiratore poco convinto mi ha risposto con un Thank You che sapeva di Sorry seguito da un mio Thanks to you che sapeva di Don't Worry. Don't Worry, ripeto fra me e me, consapevole che la scena elettronica di sperimentazione ritmica, forse, ha già detto abbastanza, e non per sua scelta.

21/30

Tòmmie

19 ottobre 2010

Landscapes

Fennesz + Giuseppe La Spada: "Island - A Three month Jouney" live @ Palladium, Roma (17.10.2010)


Data la periodicità con la quale Christian Fennesz accorre a Roma per presentare i propri lavori, l'artista viennese sta indubbiamente diventato figlio adottivo della città eterna. Roma Europa Festival lo spazio deputato ad accoglierlo, il Palladium di Garbatella il salotto prescelto, sede di numerosi appuntamenti del Festival sperimentale.
Ad affiancare l'eclettico austriaco c'è Giuseppe La Spada, visual performer palermitano che vanta nel suo album di collaborazioni anche quella con Ryuchi Sakamoto, accompagnato nello storico concerto di Ground Zero del 2008.
I due pezzi da novanta, pronti a colpire a suon di immagini e drones i numerosi spettatori che si sono assiepati fra platea e galleria, vengono introdotti dalla delicata performance dei Lilies on Mars, gruppo vincitore dello speciale contest dell'ultima edizione di Roma Europa Festival.

Anche se appare leggermente fuori contesto, magari più in tono fra gli abiti e gli accessori radical chic di un Fanfulla (dove tra l'altro hanno suonato la sera precedente), l'esibizione del combo sardo/inglese regala guizzi noise-pop ad un ambiente che spesso appare ingessato e troppo contratto su se stesso. Lilies on Mars è un trio formato da due Front-women, Lisa Masia e Marina Cristofalo, che si equivalgono sul palco fra voce, chitarre e sintentizzatore e un percussionista, Matthew Parker, che dietro alle due ragazze sarde e alla sua batteria elettrica detta i tempi giusti, non troppo sfrenati, in qualsiasi condizione di difficoltà (anche quando - come è successo - il suo pad frana su se stesso, Mat continua a suonare con flemma da giocatore di bridge).
L'inizio del concerto è molto piacevole e si conclude con un pizzico di appetito lasciato dall'ultimo brano, dalle venature tipicamente glitch, suonato in collaborazione con Fennesz, quel The Seventh String vincitore del REW[F] 2009/10.

Mentre molti degli astanti si scannano per trovare nomi di band seminali che (im)probabilmente hanno dato vita al sound dei Lilies, ecco che ha inizio la seconda parte dello spettacolo, il clou della serata si materializza davanti a noi; le luci si abbassano e lo schermo si riempie d'immagini e colori. La chitarra austriaca di Christian Fennesz fa il suo ingresso in scena, gli orecchi della platea si sturano sin dal primo accordo.
La sperimentazione dell'artista è sempre molto piacevole e la calma con la quale macina suoni per mezzo di laptop e chitarra ha il solito incedere ipnotico, senza traiettorie specifiche. Il progetto visual-musicale si chiama Island - A Three month Jouney, viaggio sonico che si fa strada attraverso le immagini di tre isole molto diverse per conformazione, clima e asperità ma con un punto in comune: l'alta emozionalità dell'atmosfera.
Il percorso fra Islanda, Giappone e Sicilia per noi spettatori inermi dura circa un'ora, fra suoni distorti e immagini mozzafiato che si esaltano nella notevole minuziosità dei particolari; è sul dettaglio, sia sonoro che immaginifico, che l'happening si concentra, è la dove prende maggior forza e vigore. L'omogeneità fra il viaggio visivo e quello musicale sono perfetti, non puoi distrarti una attimo, ammiri onde e ghiacciai mentre le note sintetiche ti catapultano in geyser e scogliere boscose.
Questa è musica(?) liquida che mangia se stessa, scheggia impazzita che si fa ora brumosa (ovvero impervia) ora solare: spesso ritorna un arpeggio di chitarra più "narrativo" e melodico, vero e proprio leitmotiv, unico punto di appiglio in questo strazio musicale senza meta che non lascia scampo.

Esci interdetto e sconquassato e ti ritrovi a passeggiare per Garbatella, comunque sia soddisfatto, discutendo dei bei tempi andati: di quando in una sola stagione nella capitale si poteva assistere a concerti di Mouse on Mars, Terry Riley, Matmos, Alva Noto, Nobukazu Takemura e altri protagonisti della scena sperimentale. Oggi invece bisogna solamente aspettare e sperare per assistere a spettacoli sopra le righe come quello di questa sera che ti rimette in pace con i tuoi sensi.
28/30

Tòmmy + OfO

9 ottobre 2010

Fathers and Sons

Fathers And Sons

Black Mountain – Circolo Degli Artisti – Roma , 01 ottobre 2010
Venerdì primo ottobre arrivo stanco e affannato al Circolo, dopo una settimana di duro lavoro, duecento chilometri di autostrada e il solito stressante giro infinito per cercare un buco di parcheggio. Così mi perdo anche il primo pezzo del concerto dei Black Mountain… Il locale è (come sempre) pieno all’inverosimile, la temperatura elevata e il tasso di umidità degno di Saigon. Possibile che si debba ascoltare la musica in queste condizioni? Insomma ce n’è di motivi per essere incazzati! Ma i ragazzi sul palco ci sanno fare e stanno saccheggiando il loro recente ottimo album Wilderness Heart (Jagjaguwar). Cerco allora di astrarmi dall’atmosfera irrespirabile, mi appoggio vicino alla porta per prendere qualche refolo d’aria (puntualmente escono pallidi e sconvolti appassionati con la pressione bassa..), chiudo gli occhi e mi godo ottime versioni di Let Spirits Ride e Rollercoaster. La base ritmica è precisa, Amber Webber si dimostra una buona vocalist, Jeremy Schmidt con l’organo dà il giusto tocco alla Deep Purple e Stephen McBean è l’indiscusso maestro di cerimonia. La band riesce a creare una credibile atmosfera da deja vu primi anni 70, senza rinnegare il presente. Bravi.
Voto: 28/30

Steve Winwood - Auditorium Parco della Musica, Sala S. Cecilia - Roma, 03 ottobre 2010
Come potevo mancare al concerto dell’enfant prodige del rock, di una delle voci più nere della British Invasion (leggi Spencer Davis Group), del leader degli immensi Traffic, dell’uomo che ha scritto Gimme Some Lovin, I’m A Man, Can’t Find My Way Home, Dear Mr. Fantasy, che ha partecipato alle sessions di Electric Ladyland e mitologia rock discorrendo? Infatti sono già assiso nella sala di Santa Cecilia alle 20 e 55. L’attesa è poca perché dopo una manciata di minuti entrano sul palco gli ottimi musicisti della band: Davide Giovannini alla batteria, Tim Cansfeild alla chitarra, Satin Singe allle percussioni e Paul Booth al sassofono ; quando compare Steve e si accomoda davanti al suo vecchio organo Hammond, parte un sentito applauso del pubblico. Alla faccia dei suoi sessantadue anni Winwood ha ancora una voce che dà i brividi. A dire la verità forse un basso e un ottone in più non sarebbero guastati, poi il suono non è dei migliori: praticamente non si sente la chitarra di Cansfeild e anche l’organo di Winwood fa i capricci. Ci vorranno una ventina di minuti prima che gli impacciati tecnici del suono riescano a cavare il ragno dal buco. La versione di Can’t Find My Way Home con Steve alla chitarra invero è un po’ moscia, soprattutto in fase di assolo chitarristico (Winwood non è proprio un virtuoso di questo strumento…), ma il brano è così bello e la sua voce così evocativa che gli perdoniamo il confronto perso con il celebre solo di Clapton. Buona la versione di Empty Pages, ottima la resa di un’intensa The Low Spark Of High Heeled Boys, applauditissima la celebre Higher Love, non male una minimale Dear Mr. Fantasy (con Steve alla chitarra accompagnato solo dalla batteria di Giovannini e da Paul Booth all’ Hammond). Ma il meglio di sè il signor Winwood lo dà con i suoi pezzi più antichi, sfoderando una spumeggiante versione di I’Am A Man e una poderosa Gimme Some Lovin. Alla fine uno dei padri di tanti ragazzi che oggi si rifanno al sound degli anni a cavallo fra 60 e 70, suonerà generosamente per ben due ore, senza atteggiamenti da rock star, con un’attitudine da onesto artigiano di quella musica che abbiamo amato di più. Un vero classico .
Voto: 28/30
Massimo Daziani

5 ottobre 2010

Scent of a Woman, Alive


Joanna Newsom - Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli - Roma, 28 settembre 2010

Dopo l’esibizione monocorde del menestrello folk Alasdair Roberts (a sua discolpa bisogna dire che all’Auditorium ormai è diventata una pessima consuetudine far esibire l’artista spalla con le luci accese e mentre il pubblico si accomoda a sedere…) rimane illuminata l’imponente arpa dalle corde arcobaleno. Arriva l’accordatore , passano ancora altri minuti che alimentano una vibrante impazienza nel pubblico; alla fine verso le 21,40 finalmente sale sul palco la piccola, sorridente Joanna dalle bionde trecce, accompagnata da Ryan Francesconi (arrangiamenti, strumenti a corda e flauti) e Neal Morgan (percussioni). Con questo combo ridotto si aprono le danze: una splendida versione di The Book Of Right On, brano presente nel primo album della nostra, The Milk-Eyed Mender (Drag City 20004). Joanna abbraccia il suo titanico strumento e lo doma con stupefacente padronanza, mentre Francesconi e un concentratissimo Morgan partecipano al flusso musicale con interventi strumentali minimali. Alla fine del pezzo si libera un lungo e sentito applauso, mentre entrano in campo gli altri musicisti della band: due violiniste (Veronique Serret e Mirabai Peart) e un trombonista (Andrew Strain). Con il gruppo al completo si cominciano a riproporre anche alcuni dei brani che compongono l’ultima eccellente fatica discografica di Joanna, quel Have One On Me (Drag City 2010) da me abbondantemente celebrato in fase di recensione a marzo. Per la gioia delle nostre orecchie (e delle nostre menti) ascoltiamo l’arpa della Newsom in Have One On Me, Kingfisher,Go Long, Jackrabbits (bis in solitario, rovinando i piani dei simpaticoni dell’Auditorium che avevano già acceso le luci e messo la musica di sottofondo…) e il suo dolce pianismo in Easy, Soft As Chalk, Good Intensions Paving Co. (ottima versione con la partecipazione vocale degli altri musicisti e un fantastico Morgan alle percussioni). Durante l’esecuzione dei brani c’è una silenziosa e rispettosa attenzione del pubblico; mi accorgo di essere così concentrato sulle sfumature degli interventi strumentali, sulle funamboliche evoluzioni vocali di Joanna, che alla fine di ogni pezzo sono contratto e l’applauso appassionato mi serve anche per sciogliere i miei muscoli in tensione. Questo succede quando si partecipa ad un’esperienza sonora così coinvolgente: un’ulteriore conferma della statura superiore di un’artista vera.

Voto: 29/30

Massimo Daziani

14 agosto 2010

Sudoeste Festival


Lascio Viseu (simpatica cittadina nel nord del Portogallo dove mi trovo per il Progetto Leonardo) alla volta di Zambujeira (ridente paesino nel profondo sud) per una buona causa: la quattordicesima edizione del Sudoeste Festival. Il programma è ghiotto, una settimana di bella musica (Flaming Lips, M.I.A., per fare qualche nome), ma, dovendo scegliere mi butto sulla domenica.

Si comincia verso le 19.30 con un gruppo portoghese, Peixe: Avião, che rompe il ghiaccio con un rock velato di elettronica e influenzato, soprattutto, da un tale Tom Yorke. La band si rivela all’altezza della situazione e ne approfitta per presentare canzoni del loro secondo album in uscita a Settembre.

A seguire Mike Patton’s Orchestra, non tanto per dire, visto che di orchestra si tratta davvero. Musicisti per lo più italiani (con il Gabrielli al sax e flauto traverso) ma anche elementi dell’Orchestra dell’Algarve. L’eclettico italo-americano porta in scena il suo più recente progetto Mondo Cane, dove ripesca classici della musica italiana degli anni ’50-’60. Il concerto, che segna il passaggio dal giorno alla notte, viene molto apprezzato dal pubblico portoghese, poco abituato a certi virtuosismi, che si scatena in cori dalla dubbia pronuncia italiana. Bisogna dire che anche Michele, nonostante gli anni passati nel Belpaese, ha ancora diverse difficoltà con la lingua di Dante!

Il testimone passa agli Air, dei quali riesco solo a vedere le ultime due canzoni (per fortuna anche le mie preferite): l’intramontabile “Kelly watch the stars” e una versione quasi irriconoscibile di “Sexy Boy”. Questo perchè l’esibizione dei francesi era in concomitanza con quella dei Beirut.

La band del trombettista e mentore Zack Condon si trova in Portogallo per la prima volta e quasi non ci crede all’entusiasmo del pubblico, che nonostante il piccolo e poco adatto palco, continua a riversarsi sotto il tendone. Si parte con "Nantes", "Elephant Gun", "Mount Wroclai (Idle Days)" e "Sunday Smile", che mandano la platea in estasi tra caldo afoso, testi cantanti a memoria e grida di isteria, infine regalano ai fans diverse nuove canzoni e l’atmosfera è talmente bella che nessuno vuol lasciare andare i musicisti americani. Sono sicura che i Beirut non si dimenticheranno del Portogallo nel prossimo tour!

Ecco il momento dei Massive Attack, e a questo punto della serata, il pubblico, secondo gli organizzatori, oscillava sui 41 mila spettatori. Il duo inglese, composto da Robert Del Naja e Grant Marshall, presenta le canzoni dell’ultima fatica “Heligoland”, accompagnato da diversi ospiti, quali: Horace Andy, Martina Topley-Bird e Deborah Miller. Quindi si parte con "Splitting The Atom", tra gli episodi più riusciti del nuovo album, e una "Unfinished" con acuti da brivido della Miller. Non mancano invece i classici "Teardrop", "Angel" e "Inertia Creeps", direttamente dal 1998, né la critica politico-sociale che scorre nelle pungenti proiezioni alle spalle dei musicisti. L’apoteosi finale è segnata da un’emozionante "Atlas Air" che mostra la qualità dei musicisti che accompagnano il duo.

L’headliner della serata è David Guetta e, come spesso capita in questi “festivaloni”, lascio la folla impazzita per far ritorno, soddisfatta, a Zambujeira Town.

Fox

4 agosto 2010

Trasimeno Blues Experience

Cedric Burnside & Lightnin’ Malcolm; Otis Taylor; Francesco Piu; Dr. John & The Lower 911 – Trasimeno Blues 2010 – Passignano Sul Trasimeno (PG) e Castiglione Del Lago (PG) 23-24.07.2010

Arrivato alla sua 15a edizione, il Festival Blues che si svolge nei comuni del Lago Trasimeno è ormai uno dei più importanti in Italia, sia per il numero che per la qualità degli artisti coinvolti. Purtroppo per motivi vacanzieri non riesco mai a godermi tutti i concerti. Però quest’anno non mi sono fatto sfuggire una due giorni di altissimo livello. Si trattava del primo fine settimana del Trasimeno Blues…
Venerdì 23 luglio alle 21, nella suggestiva cornice della Pineta del Popolo di Passignano, si sono esibiti Cedric Burnside & Lightnin’ Malcolm, ottimo duo che propone una musica ricca di energia e che rilegge in chiave moderna il North Mississippi Hill Country Blues, rappresentato da grandi bluesman come T-Model Ford, Junior Kimbrough, Othar Turner e R.L. Burnside, di cui Cedric è nipote. Boogie-blues da ballare grazie alla macchina ritmica rappresentata dalla chitarra elettrica di Lightnin’ e dalla batteria di Cedric. I due se la cavano egregiamente anche alla voce e scaldano decisamente l’atmosfera con il groove sporco del loro blues ruvido e rurale, tipico dei juke joint. Sarà anche per la splendida location, con il palco montato sulla riva del lago illuminato da una luna quasi piena, ma ad un certo punto sembravamo magicamente catapultati in una notte stellata del Mississippi. E’ stata un’ora di puro divertimento. Il loro compito era quello di preparare il terreno per il successivo concerto clou della serata, quello di Otis Taylor: missione compiuta! VOTO: 27/30 +
Ormai considerato come uno dei più grandi personaggi del blues attuale, il cinquantaduenne Otis Taylor è soprattutto uno sperimentatore, sempre pronto a stupirci con percorsi innovativi e uso di strumentazioni originali. Dotato di una calda voce, si caratterizza per l’impegno dei suoi testi. La sua musica in qualche modo è un evoluzione dei ritmi ipnotici di chiara matrice africana che resero immortale il grande John Lee Hooker: ascoltare il recente e ottimo Clovis People (Telarc 2010) per credere. Ma Taylor contamina la sua musica anche con il folk, con il rock e con il country. Con questi presupposti, mi aspettavo molto dal suo concerto. E quando Otis è salito sul palco con la sua band alle 22.20, ho subito capito che non mi avrebbe deluso. La presenza della brava violinista Anne Harris creava subito un sound particolare, da rock-blues progressivo. Particolarmente riuscita una versione originale di Hey Joe, con in evidenza la chitarra acida di Jon Paul Starck Johnson. Ottima anche la base ritmica (Nicholas Amodeo al basso e Larry Thompson alla batteria) che sapeva egregiamente sostenere i brani, spesso vissuti come lunghe jam session, dove si esaltavano i solismi e le improvvisazioni della Harris e di Starck Johnson. Su tutto la voce stentorea di Otis, vero sciamano della serata. Dopo quasi due ore si torna a casa, ancora storditi da un’esperienza musicale di grande qualità. VOTO: 28/30
Sabato 24 luglio il festival si sposta a Castiglione del Lago. La giornata musicale si apre alle 18.30 con il concerto di Francesco Piu nella centrale Piazza Mazzini. Il chitarrista-armonicista sardo è stato protagonista di un brillante set live; ha dimostrato un’ottima tecnica chitarristica alternandosi alla sei corde acustica, alla dobro e alla lap steel. Buona anche l’interpretazione vocale. E’ stata una divertente performance, durata poco più di un’ora, dove Francesco ha saputo rivisitare, con il giusto feeling, alcuni immortali classici del blues. VOTO: 27/30
Ma il concerto evento di questo fine settimana e, forse, di tutto il Trasimeno Blues era quello del grande Dr. John alla Rocca Medicea. Nato quasi settanta anni fa come Malcolm John Rebennack, Dr. John è una vera leggenda vivente del sound di New Orleans, caratterizzato da una mirabile miscellanea di stili che vanno dal jazz al blues, dal r&b al funky. Il suo disco Gumbo, uscito nel 1972 per la Atco, vera summa della musica della Big Easy, farebbe sicuramente parte dei dischi che porterei nella fatidica isola deserta… Il dottore, salito sul palco alle 21.45, con il suo piano e la sua inconfondibile voce indolente, ha saputo ancora una volta ricreare una sapida atmosfera paludosa da Mardi Gras. E’ stato aiutato da una spettacolare sezione ritmica (David Barard al basso e un magnifico Herman “Roscoe” Ernest alla batteria) e dalla calda chitarra di John Fohl. Dr. John si è presentato con il suo classico bastone da cerimonia, vestito di un completo rosso, con l’organo hammond e il piano adornati da drappi di velluto e teschi di varia grandezza. La cerimonia Voodoo ha avuto così inizio e quando Mr. Rebennack ha intonato uno standard come Let The Good Times Roll o suoi classici come Right Place, Wrong Time e Such A Night, il pubblico è stato definitivamente guarito dalla sua magica pozione …

VOTO: 28/30 +

Massimo Daziani