3 novembre 2009
I "Poweri" Amari
2 novembre 2009
L'attesissimo ritorno della Pantera di Kingston

Magia nera, riti voodoo, androginia esasperata su un corpo da amazzone. 60 anni e non dimostrarli. La pantera ruggisce ancora. Trasgressiva, eccessiva, eccentrica, totale. La Giamaica, Andy Warhol, la moda, il successo. La disco music, la sperimentazione verso universi sonori inesplorati divenuti marchio di fabbrica. Sono passati 19 anni dall'ultimo – dimenticabile - “Bulletproof heart”e ormai ci eravamo abituati alla sua assenza. E le troppe voci sul suo conto... La droga, il lastrico, la fine dell'edonismo reaganiano degli anni '80, la difficoltà a trovare una casa discografica che crede in lei. Quando all'improvviso l'anno scorso il comunicato ufficiale: Grace Jones is back. Le prime avvisaglie il 19 Giugno 2008, con due ore di concerto a Londra al Meltdown Festival dei Massive Attack, seguite da una spettacolare apparizione a Copenhagen e dal video del singolo “Corporate cannibal”, che ci restituisce una volta per tutte una Grace al massimo dello splendore.
“Pleased to meet you, pleased to have you on my plate, your meat is sweet to me, your destiny, your fate... I'm a man eating machine, corporate cannibal, digital criminal...” L'inizio è una vera e propria dichiarazione di intenti; su una base industrial, Grace ci conferma che il mutante è tornato e non ha perso un briciolo del suo fascino felino. “Hurricane” è un album zeppo di idee e collaborazioni eccellenti; Tricky (che da “Nightclubbing” e “Warm leatherette” ha attinto a piene mani per forgiare il sound di Bristol), Brian Eno, Sly & Robbie e Tony Allen solo per citarne alcuni, hanno accompagnato la Dea senza stravolgerne la natura e il risultato è un disco epocale, che commuove e fa quasi male, da quanto è bello; si va dal dub sporchissimo di “This is”, al funky-gospel di “William's blood”, alla glaciale malinconia di “I'm Crying (my mother's tears)”, “Devil in my eyes” e “Sunset, sunrise”. Poi di nuovo i suoni Nassau dell'algido reggae newyorkese di “Well, well, well”, della meravigliosa title track e della sensuale “Love you to life”.
“Hurricane” è un disco di Grace Jones, in pieno stile Grace Jones. E' un seguito ideale dei suoi migliori lavori degli anni Ottanta, eppure è enormemente attuale; ogni parola, ogni nota e ogni suono è miracolosamente calato nel contesto odierno; la sua voce profonda poi continua a ammaliare come trenta anni fa, a dimostrazione di come a volte gli artisti - come il vino - migliorano invecchiando. In definitiva“Hurricane” è qualcosa di più di un ritorno; è la scintilla di un fuoco sacro che si riaccende dopo molto tempo e il risultato è un disco flessuoso, ambiguo, sinistro e gommato. Felino, feroce ma incredibilmente affascinante. Come solo una pantera sa essere... Perchè, come diceva Andy Warhol, Grace.... is perfect!
Voto: 29/30
One
Il capolavoro targato Matia
Matia Bazar - Melanchòlia (EMI, 1985)Glacialità algida, eterea e avvolgente. "Sophisticated lady" che arriva a vette vocali inimmaginabili; un "Mi ami o no" che tuona nelle radio di mezza Europa con potenza deflagrante. Mai titolo fu più azzeccato per il capolavoro dei Matia Bazar, quel "Melanchòlia" datato 1985 che consegna alla musica italiana un lavoro totale per omogeneità, colori e equilibrio. 8 canzoni, 8 tessere di un mosaico perfetto.
Dopo gli esordi all'insegna della tradizione - pur con una ricercatezza di fondo che li contraddistingueva dai neomelodici imperanti all'epoca (Cugini di Campagna, Collage, Homo Sapiens etc...), alcuni passaggi a vuoto cosmico a cavallo tra settanta e ottanta (ascoltare la pessima Italian sinfonia per capire che piega stavano prendendo i 4) i Matia iniziano la risalita nel 1981; fondamentale la dipartita dal gruppo della mente neomelodica Piero Cassano (che si dedicherà a progetti solisti e di produttore) e l'ingresso di Mauro Sabbione, che pur restando nel gruppo lo spazio di due soli album, saprà dare al gruppo quell'impronta elettronica che sarà il marchio di fabbrica della band genovese per tutto il decennio (i Matia Bazar finiscono artisticamente nel 1989 con l'uscita di Antonella Ruggiero). Dopo quindi il riuscito "Tango" del 1983 e l'interlocutorio "Aristocratica" del 1984, ecco quindi lo spleen di "Melanchòlia".
Apre "Ti sento", singolo spacca classifiche, successo clamoroso tradotto anche in inglese in cui Antonella Ruggiero si arrampica con la voce a note impensabili, su una melodia struggente e drammaticamente moderna. E' l'Italia che invade l''Europa, e il grido disperato "Ti sento" diventa uno dei manifesti degli Ottanta. Le atmosfere retrò di "Cose", beatificate da un testo evocativo tra fumo di Londra e storie di plexiglass danno la cifra di un contrasto mai così efficace tra passato e futuro, così come le montagne russe di "Via col vento" e "Da qui a...", in cui tutto è compatto, ricco, variegato e soprattutto credibile. Impeccabili "Amami", "Fiumi di parole" e "Angelina", che fa da preludio alla conclusiva "Souvenir", seguito ideale e ideologico di Vacanze romane, entrambe presentate al Festival di Sanremo. E' veramente una cartolina d'antan questo piccolo capolavoro di intimismo e immagini che riportano alla mente una Parigi sospesa tra foglie morte nel vento e chanteuse a Pigalle. L'ennesimo capolavoro di uno dei dischi italiani più "totali" degli ultimi 40 anni.
Dopo un album del genere sarebbe lecito attendersi una flessione, che però non aviene con i successivi "Melò" e "Red corner", quest'ultimo caratterizzato dall'epocale "Stringimi" che segnerà la dipartita di Antonella Ruggiero e rappresenterà il canto del cigno dei Matia Bazar, che mai più sapranno nemmeno lontanamente ricreare la magica alchimia del loro periodo d'oro.
Voto: 30/30
One
30 ottobre 2009
Quando un ritorno lascia l'amaro in bocca
Air, Love 2 (EMI 2009)In “Love 2” gli Air hanno voluto lavorare da soli, registrando tutto l’intero album nel loro studio parigino senza nessun tipo di collaborazione esterna e con l’uso di molti strumenti analogici. Il risultato di tanto impegno è un album difficilmente definibile bello o brutto senza entrare in piena contraddizione.
Gli Air sanno regalare al pubblico perle di melodie struggenti e celestiali come “Heaven’s Light” in questo album che, ricordando i fasti di un tempo, fa sussultare e inneggiare al ritorno degli Air che tutti hanno tanto amato. Poi, però, qualcosa si rompe e il giocattolo non funziona più.
L’album è sicuramente un’opera raffinata, frutto del genio creativo di due mostri sacri della musica, però non è quello che ci si aspetta da chi ha composto “Moon Safari” nel lontano 1998. Se da un lato il talento rimane dall’altro è il contenuto che scarseggia, le idee nuove sono poche e le felici intuizioni si ripetono in lungo e in largo. Fortunatamente la classe innata con cui confezionano l’album è tale da offuscare all’ascoltatore poco attento i numerosi scivoloni e la prevedibilità di un sound sempre uguale a se stesso, sbiadito ricordo di un passato glorioso.
I fan continuano ad aspettare un altro capolavoro. Nel frattempo si accontentano di farsi prendere un pò in giro da un disco che rappresenta gli Air come una statuetta della Tour Eiffel in mostra in un Duty Free rappresenta la Francia.
29 ottobre 2009
2 Sides of the Moon
OfO