La cantantessa è tornata! A tre anni dal precedente lavoro "Eva conto Eva" in cui le emozioni e i personaggi da lei cantati erano avvinghiati in una musicalità mediterranea, Carmen fa il bis con "Elettra". Titolo emblematico che raccoglie in sé una specie di tributo al padre scomparso di recente, colui che iniziò alla musica una giovanissima Carmen incuriosita dalle prove che si svolgevano nel salotto a lei inaccessibile quando "arrivavano gli amici di papà". Di lui si racconta nel brano che apre l'album "Mandaci una cartolina" dove si tenta di esorcizzare la morte, vista come niente di più che una spiaggia dalla quale mandare notizie ai propri cari. Testi pungenti come d'abitudine, attacchi al perbenismo, al pettegolezzo, alla famiglia come prima società già marcia, alla sua amata Sicilia e soprattutto al belpaese ("Viva l'Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane"). Non solo..In un brindisi finale c' è spazio anche per l'amore, in tutti i suoi modi d'essere, quello materno quello carnale, il promiscuo, il fedele e quello spirituale ("ventunodieciduemilatrenta"). Musicalmente ci muoviamo su terreni già sondati dall' "Eccezione" in poi, suono acustico preferibilmente in forma di ballata, voce come strumento in primo piano a compiere gran parte del lavoro, con chitarre, basso e batteria a fare da sottofondo. La violenza casalinga narrata in "Mio zio" emerge anche musicalmente con insistenti violini , confermandosi come l'episodio più riuscito. Da segnalare "Marie ti amiamo" duetto con il conterraneo Franco Battiato, tra tradizione siciliana e araba, condito da un ammaliante ritornello in francese. Chiaramente non poteva mancare il pezzo in dialetto siciliano "A finestra" che narra, in ritmo incalzante, la triste esistenza di una "vedetta" di paese. Carmen racconta drammi personali e storie comuni con un'eleganza unica, al di là di questo, "Elettra" non aggiunge niente di veramente nuovo al progetto portato avanti a partire dal lontano '96 , anzi ci viene tolto , speriamo non definitivamente, quel graffiare di fender dei tempi in cui Matilde odiava i gatti e lei, la cantantessa, del tradimento riusciva a sentirne addirittura l'odore!??!!
Il progetto solista del barbuto cantante e chitarrista dei Tv On The Radio, Kyp Malone, ha finalmente preso forma, e che forma. Si chiama Rain Machine ed è paragonabile ad un dono che viene dal cielo come potrebbe essere una macchina della pioggia nel deserto. Rain Machine rivela l’altro lato dei Tv On The Radio, band fondamentale dello scenario rock degli anni Zero. Se ne sente l’influenza ovviamente, l’imprinting è simile, ma in questa sede Malone riesce a trovare lo spazio per dar sfogo alla parte più intima di sé, come nella toccante Love Won’t Save You, ballata di voce e chitarra acustica, essenziale e struggente. Nell’album si incontrano molti generi diversi, il ritmo infatti cambia continuamente e crea uno spettro completo di suoni capaci di rispecchiare la varietà delle emozioni umane e della vita, reale e immaginata. Si parte con un intro tutto fischiatine e leggerezza e si passa immediatamente all’incalzante Give Blood che ricorda inevitabilmente Gone Daddy Gone dei Violent Femmes. Completano l’opera ballate come New Last Face, Smiling Black Faces e Driftwood Heart grazie alle quali si può apprezzare appieno la voce esagerata di Malone. Quel timbro graffiante e dolce allo stesso tempo, i falsetti ricorrenti e i profondi rantoli di cuore accompagnano arrangiamenti che sono figli della tradizione folk-rock americana, del bluegrass, ma che hanno anche profonde radici soul e wave. Non è un disco di facile ascolto, necessita di molto tempo per essere interiorizzato, tanta è la sua densità. Senza dubbio il tempo premierà Rain Machine che è uno dei più bel album di questo 2009 ormai agli sgoccioli.
Micachu and the Shapes - live @ Circolo degli Artisti (Roma) 23 Ottobre
Un concerto non può durare mezz’ora. T’incazzi per forza. Te la prendi con chi ha fatto l’incidente sull’A1 e ha fatto sì che il Van della povera Micachu arrivasse a destinazione con due ore di ritardo, te la prendi con l’organizzazione del Circolo che per dare spazio alla tradizionale serata settimanale “Homogenic” ha ampiamente decurtato il tempo riservato al concerto (ma ce n’era proprio bisogno?!?), te la prendi con te stesso, perché fondamentalmente era meglio se eri rimasto a far baldoria con gli amici a casa del Milluzzi. Ecchecazzo. Quello che rimane della serata, per quanto tu possa averci capito realmente qualcosa, sono questi fottutissimi trenta minuti di follia pura concepiti dalla mente malata della folletta inglese Mica Levi e tanto amaro in bocca per una serata che poteva essere ma non è stata. Accompagnata dai due The Shapes Marc Pell alle percussioni e batteria e dalla tastierista Raisa Khan, Micachu (visibilmente provata dal viaggio) si alterna tra un chitarrina preparata e una tradizionale chitarra elettrica per ripercorrere buona parte (!?) dei brani contenuti sul suo primo e unico lascito Jewellery. Fondamentalmente la musica che risuona dal palco altro non è che uno specchio deformato di quello che abbiamo apprezzato sul disco. Una sorta di bignami scritto male sulle tendenze degli ultimi trent’anni di storia della musica: un saggio lacerato, anacronistico e freschissimo al tempo stesso che parla di elettronica, del punk, dell’hip hop, del folk e della musica DIY come se fossero generi nati l’altro giorno. Una Storia senza storia che è fonte d’ispirazione per questa riccioluta e androgina ragazza che si eccita non poco a sondare i meandri più oscuri della canzone pop. E quando il tutto incominciava a ingranare e tu incominci a raccapezzarti in tutto questo magma, dopo l'esibizione della spumeggiante Golden Phone, segno della forbice da parte dell'organizzazione e tutti a casa. Andate tutti dove va Marrazzo.. (cit. da SIB).
Vagamente snob, sicuramente colto. Sotto i suoi ormai famosi capelli un cervello lucidamente pensante. Niccolò Fabi è come quei vini che migliorano invecchiando. Non che mancassero i presupposti…. Tutt’altro! Già dal primo album si intravedeva una sensibilità artistica fuori dal comune, un’ironia graffiante e soprattutto ottimi ascolti.
I primi lavori però peccavano ancora di una certa ingenuità forse dipesa dall’età. Adesso no. Adesso Niccolò è cresciuto, è diventato un uomo, anzi “Solo un uomo” e in queste dieci tracce si racconta e si mette a nudo. Emergono così le certezze e le convinzioni, ma anche le paure e le insicurezze, gli slanci di affetto e le piccole meschinità, “La paura di stare fuori o dentro” insomma, come canta in uno dei momenti più intensi dell’album. Ma Niccolò ha passato la fatidica soglia degli “anta” ed ha pure messo su famiglia e questo traguardo lo mette in musica in un piccolo capolavoro di intimismo dal nome “Attesa e inaspettata”, una sorta di punto e a capo, una rinascita, una nuova giovinezza diversa dalla precedente, ma comunque una ripartenza, perché comunque” Attesa e inaspettata arriva la seconda vita in quel l’istante in cui si taglia il velo e sei dell'altra parte. Non sei preparato mai abbastanza ma sei pronto da sempre”. C’è poi una delle più belle dichiarazioni d’amore mai scritte (“La promessa”), che non ha niente da invidiare a un capolavoro come “La cura” del Maestro Battiato (“il nostro amore si sporca le mani ogni giorno nel fango più di certe idee più delle maree più delle certezze il nostro amore è sospeso nel vuoto ma con i piedi per terra più di certe idee più delle maree più delle certezze che si hanno”). L’età porta dunque una nuova maturità e Niccolò è finalmente consapevole che “più passa il tempo e meno ho interesse a sprecare la voce senza rancore davvero, siete meravigliosi, ma per il futuro facciamo ognuno per sé” e che per raggiungere quel traguardo chiamato felicità “basterebbe fare cio' che si è scelto non accettare il ricatto vincente o sconfitto alzare la testa vedere te”. Allo stupore per i risvolti eufemisticamente tragicomici dei comportamenti umani però non si accompagna una spocchia pseudo-moralizzatrice, in quanto “siamo tutti l’espressione di uno stesso pianeta”.
L’unica feroce per quanto sussurrata denuncia contro la degenerazione di un paese, di un popolo e – forse – del genere umano (“pascoliamo pascoliamo e pure in un campo a caso e che sia vicino casa perchè migriamo soltanto dal divano al davanzale prigionieri con il il terrore di essere liberati di essere liberi”) arriva con l’ultima traccia, un monito, un avvertimento, una chiamata alle armi della maggioranza silenziosa del paese con la speranza che “una parola lanciata nel mare con un motivo ed un salvagente che semplicemente fa il suo dovere, una parola che non affonda magari genera un'onda che increspa il piattume e lava il letame”. E allora sono davvero “Parole che fanno bene” quelle scritte da Niccolò, che dopo tre anni da “Novo Mesto” ci regala il suo disco più sentito, più pensato e più sincero. In altre parole, una grandissima prova di maturità.
Carezze post-atomiche intrise di una rabbia genuinamente toscana. Pulsioni europeiste senza mai rinnegare le radici. Lancinante bisogno di espressione e autodeterminazione per dimostrare che il rock prima che musica è attitudine. La buona famiglia che soffoca un carattere irrequieto da purosangue come nella miglior tradizione del Palio. Siena un vestito troppo stretto, quindi la fuga; prima Milano, da subito seconda pelle; la gavetta con i primi incontri importanti nel circuito off; poi la delusione per quell’America sognata e idealizzata; infine Berlino, la città dove tutto può accadere - e ai tempi effettivamente accadeva – per la definitiva consacrazione.
La Gianna (rigorosamente con l’articolo prima del nome) arriva nella capitale tedesca nel 1982 e da subito entra nel giro degli artisti dell’avanguardia Berlinese; per un periodo divide l’appartamento con una giovane ed eccentrica musicista londinese di nome Ann Lennox, che di lì a breve diventerà la signora Eurythmics; è però l’incontro con Conny Plank, affermatissimo produttore e inventore del krautrock (suoi i suoni della produzione dei Kraftwerk fino a "Autobahn") quello che le cambia la vita e di conseguenza la carriera. 5 anni di collaborazione e 5 anni di successi uno in fila all’altro; fino al 1987, quando Plank morirà di cancro a soli 47 anni. L’imprinting internazionale del produttore tedesco si fonde alla perfezione con la sensibilità melodica italiana dell’artista senese e "Latin Lover" ne è la (prima) prova lampante. Il pezzo che dà il titolo all’album, ormai un classico della musica italiana, è un rock energico, caratterizzato da cassa dritta e da un testo che ironizza sugli stereotipi del maschio latino, su cui la voce roca e graffiante della Gianna emerge con potenza e prepotenza. Altro episodio memorabile è costituito da “Carillon”, intenso e struggente ricordo di un amore, messo in risalto da un testo poetico, tra “profumi d’incenso, sigarette e cioccolate”; il brano parte piano e poi esplode in tutto il suo pathos. Ci sono poi le tiratissime e incazzate “Primadonna” e “Amore amore”, in cui l’ironia – da sempre uno dei marchi di fabbrica dell’artista senese – la fa da padrona; “Wagon-lits” è la storia di un’avventura clandestina su un treno, mentre l’ipnotica e ansiogena “Fumetto” pare una Sin City ante-litteram. C’è quindi l’apertura al nuovo millennio con la futuristica “Volo5/4”, tra “Dei via radio e Dei del futuro”, fino ad arrivare al pezzo “totale”, uno dei punti di non ritorno della canzone italiana; “Ragazzo dell’Europa”. Su un tappeto musicale che sa veramente d’Europa, di viaggi, di botte ed alcool, la Gianna, in questo simil-autoritratto, racconta l’inquietudine e il continuo bisogno di nuove sfide. La canzone è un piccolo grande miracolo; semplicemente da lacrime.
L’album riscuote un grande successo, complici anche musicisti di prim’ordine, tra cui Mauro Pagani e Annie Lennox alle tastiere. Per la definitiva consacrazione internazionale dovremo attendere ancora 2 anni, quando lo spleen di “Fotoromanza” invaderà tutta Europa; quello che però è già evidente è che quando si parla di rock italiano al femminile non si può prescindere - anche adesso - da Gianna Nannini, artista che in 33 anni di onorata e gloriosa carriera ha regalato e continua a regalare fulgidi esempi di grande musica.
Un tempo c’erano gli One Dimensional Man. Nome tratto dall’opera forse più nota di un intellettuale della nostra epoca, l’espressione della schiavitù democratica. Una citazione dietro quella che fu una delle live band più capaci d’Italia. Centinaia e centinaia di concerti, da soli e di spalla a grandi formazioni internazionali (Jon Spencer Blues Explosion, Melvins,Blonde Redhead, Air e Giant Sand per fare qualche esempio), diverse partecipazioni a festival importanti, 4 dischi in studio.
Un signor gruppo insomma.
E così, dopo circa dieci anni, si arriva al 2005. Anno dell’ultimo tour: anno in cui nasce il Teatro degli Orrori. Ancora una citazione dietro cui si sviluppa un progetto musicale nuovo e tutto in italiano. I componenti hanno militato negli ODM. Tutti tranne uno. Dal primo gruppo arrivano voce e chitarra, batteria e basso, rispettivamente Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente e Giulio Favero. Mentre la seconda chitarra, Gionata Mirai, arriva dai Super Elastic Bubble Plastic.
Il nome, Teatro degli Orrori, si ispira al Teatro delle Crudeltà di Antonin Artaud. Come quello cercava di restaurare le dinamiche convulse, caotiche e violente del reale, attraverso una visione tanto profonda da concepire ogni cosa del Mondo e il contrario di essa. Notte e giorno. Pulsioni di vita e di morte come espressioni opposte ed equivalenti. Allo stesso modo il Teatro di Capovilla rappresenta la Vita per com’è. Senza fronzoli. Senza abbellimenti e senza semplicismi edulcorati. Quello che si scorge qui è un romanticismo vero, nel senso letterario del termine. È il romanticismo della passione. Di quella passione che consuma e distrugge. Che devasta.
Il Teatro degli Orrori è un progetto musicale che riflette e fa riflettere. Fa una musica che colpisce duro. Cruda e sincera. Cattiva. I testi sono ragionati e raccontano. Talvolta sono meno razionali, più impulsivi, e urlano. Questo è un gruppo che usa parole pesanti con una musica rock bella forte. Non di facile ascolto, ma, al contempo, di ampio gradimento. A testimoniarlo è il successo del primo, bellissimo, Dell’impero delle Tenebre (La Tempesta Dischi / Venus Dischi, 2007). Un album che ha segnato il 2007 musicale italiano con brani come “Dio mio”, “Carrarmatorock!”, “Compagna Teresa”, “Maria Maddalena”. Un album difficile da ripetere. (voto:30/30)
Loro però hanno realizzato un nuovo, riuscito, capitolo del Teatro degli Orrori. Ancora una citazione a fare da titolo. E così A sangue freddo (La Tempesta Dischi, 2009) – nome dell’album e della canzone dedicata al poeta e attivista nigeriano Ken Saro Wiwa – regala 12 tracce di un’umanità sincera e straziante. Brani che si fanno portatori di memoria (“A sangue freddo”, “Majakowskij”). Brani che entrano nella carne, si fanno carne e la divorano. Brani che esprimono in musica le emozioni più forti. La passione, la passione sanguinaria, l’ira. Il rimpianto e la presa di coscienza delle conseguenze delle proprie azioni “sarebbe stato bello invecchiare insieme” – canta Capovilla – “la vita ci spinge verso direzioni diverse.Non te prendere, non te la prendere almeno una volta, il lavoro mi rincorre, adesso devo scappare”. Una vita che sarebbe potuta essere diversa (“Direzioni Diverse”). Denunciano le condizioni politico-economiche del mondo globale “nel terzo mondo fanno fintadi vivere in democrazie, il libero commercio di schiavi c'è ancora nel terzo mondo, se parli troppo ti fanno fuori, se non ti fai gli affari tuoi, se non ti dà noia, gli zingari li bruciano e poi li mandano via “. Un mondo dove “solo le mie disperazioni mi fanno sentire ancora vivo” (“Terzo Mondo”). Ci sono, ancora, tanti riferimenti religiosi. Su tutti “Padre Nostro”, che inizia con il testo della preghiera e si chiude con un’amara consapevolezza “non soltanto Dio non governa il mondo, ma neppure io posso farci niente, non è compito mio, ci penserà qualcun altro”. La visione del Teatro è sincera e amara. E racchiude una poetica matura. Da ascoltare con attenzione. Speriamo che non smettano, che di gruppi come loro c’è sempre bisogno.