6 dicembre 2009

..poesie

Vic Chesnutt - At The Cut (Constellation).

Dopo l’ottimo “Dark Developments” (Orange Twin 2008) firmato insieme agli Elf Power, il poeta di Athens ritorna a collaborare con Guy Picciotto dei Fugazi e con gli altri musicisti che lo hanno aiutato a produrre lo splendido “North Star Deserter”(Constellation 2007) e fa di nuovo centro. Il disco è di una bellezza malinconica e disarmante. La sua poetica esprime rabbia e dolore che spesso si stemperano in cupa dolcezza. La voce di Vic è ormai lo specchio della sua anima tormentata: acidula, rauca, a volte declamatoria, che si sa lasciare andare anche a momenti melodici. I suoi testi sono profondi, diretti, a volte ironici, a volte toccano il sentimento senza essere sentimentali. I musicisti, provenienti dai Silver Mt. Zion e dai Godspeed You! Black Emperor, lo seguono in maniera esemplare, esaltando al massimo i passaggi di maggior pathos dei brani. E allora fatevi ammaliare da“Coward”, scura ballata arricchita da malinconici archi, lasciatevi conquistare da “Chinaberry Tree” con il meraviglioso ritornello gridato con forza e passione, fatevi incantare dallo struggente falsetto di “We Hovered With Short Wings”, scaldatevi con l’energia elettrica di “Philip Guston”, lasciatevi cullare da dolci ballad come “Flirted With You Al My Life” dedicata alla morte, come l’autobiografica “It Is What It Is” o la commovente “Granny”. Insomma non fatevi sfuggire uno degli album più belli del 2009.

VOTO: 28:30

Massimo Daziani

4 dicembre 2009

Accattatevillo!!!

Clues - Clues
(Constellation Records, 2009)

Questo calderone di melodia , a tratti isterica, è firmato Constellations (Vic Chesnutt, Goodspeed You! Black Emperor, Do Make Say Think) e arriva direttamente dal Canada.
Non lasciamoci ingannare dal fatto che sia un'esordio, si tratta in realtà di musicisti già navigati, membri di diversi bands, diciamo che il fulcro del gruppo è costituito da un magico e inusuale duo: Alden Penner alla chitarra (ex.Unicorns) e Brendan Reed alla batteria (Arcade fire) e scusate se è poco.

Non hanno comunque bisogno di scimmiottare realtà oramai affermate, di idee ne hanno da vendere, senza un indirizzo preciso magari ( c'è del post-punk, pop della miglior qualità e si affacciano alternative folk), ma alla fine ce lo leggono in faccia che ci siamo stufati di etichette e contenitori di "genere" quindi...si mischia tutto!!
Partiamo con "Haarp" dal ritmo spensierato e folle che i Mercury Rev non avrebbero mai avuto il coraggio di pubblicare, poi si passa al pop nervoso di "Remember severed head" e quello incalzante di "Approch the throne".
Imponente la ballata "You have my eyes now" con un crescendo che esplode nella metà perfetta del pezzo che si conclude, da scuola lo-fi, morbidamente. La stessa cosa succede in "Crows" a dimostrare che il caos regna in questo disco soltanto in apparenza, ma, istintivo o programmato è un esordio da non perdere. Stravagante.

28\30

Fox

Andando di fretta

Editors Live @ Teatro Tendastrisce (Roma) 3/12/2009

Non sono mai stato al Tendastrisce, un vero e proprio tendone del circo situato pressappoco in mezzo al nulla: non ci sono case intorno, un albergo ed un centro commerciale poco lontani, vorrei proprio sapere a chi potrebbe dare fastidio la musica alta a "tarda" notte (diciamo l'una?).
L'evento si pregusta succoso, con tre gruppi che ritengo decisamente interessanti in egual misura: Editors, Wintersleep e Maccabees.
Il problema e' che i concerti sono cominciati alle otto e mezza, forse un pò presto, ed essendo arrivato alle nove (il biglietto segna l'inizio dello spettacolo alle nove e trenta e non accenna ad una fantomatica "apertura cancelli", tantomeno ne parla il sito del Tendastrisce), mi perdo, con grandissimo rammarico, i Wintersleep, primi in scaletta.
Per poco non mi lascio sfuggire anche l'inizio dei Maccabees, quindi, birretta veloce e mi getto nel blocco di umido che si sta creando all'interno della Tenda: il quintetto di Brighton da vita ad un show decisamente potente, presentando le canzoni dall'ultimo album wall of arms, non faccio in tempo a pensare "però! non sono male!" che il cantante annuncia l'ultima canzone e fine dei giochi. Avranno suonato una mezz'ora scarsa.
Cambio di palco ed entrano in scena le star della serata, gli Editors, che per fortuna non sembrano aver alcuna fretta. La partenza è da brividi, con la title track di apertura del nuovo album In this light and on this evening, la band di Birmingham suona per più di un'ora e mezzo, spaziando a pieno in tutto il proprio repertorio ed interpretando tutte le canzoni che ci si possa aspettare: i pezzi nuovi (molto Depeche Mode, con massicci apporti di sintetizzatori) si fondono alla perfezione con i vecchi dall'anima più rocckettara. Certo, il cambio di stile avrebbe potuto influenzare l'esecuzione dei brani dei due precedenti album, ma il pericolo è sventato e cavalli di battaglia come bullets o smokers outside the ospital door vengono portati a termine con lo stesso piglio degli esordi.
La cosa che sorprende di più è come dal vivo le canzoni siano riproposte alla perfezione rispetto a come suonino negli album, soprattutto è la voce del frontman Tom Smith che stupisce maggiormente: profonda e calda, ma al contempo potente, mantiene la stessa brillantezza per tutta la durata del concerto e non ha mai neanche un momento di calo.
Insomma, serata riuscita a metà, da un lato gli ormai (inevitabili) problemi di organizzazione che affliggono i concerti romani, dall'altro l'ottimo spettacolo a cui gli Editors hanno dato vita, che oltretutto rafforza una convinzione che ho maturato da un pò: molte volte il successo (se così lo si può definire) fortunatamente non è casuale, specialmente se si riesce ad unire il talento al professionismo nella dimensione concertistica.


Pucho

3 dicembre 2009

Un disco con il quale o senza il quale si rimane tali e quali

Julian Casablancas - Phrazes For The Young (RCA, 2009)



Riascoltando la discografia degli Strokes, band newyorkese chiaccheratissima e super modaiola, si arriverà alla conclusione che solo il primo album, "Is This It?", si sia realmente meritato le attenzioni del mondo intero. I due dischi successivi erano abbastanza ripetiti, banali e assolutamente al di sotto delle aspettative. Ed adesso il debutto come solista del frontman, Julian Casablancas, idolo indiscusso di indie-cucciole di mezzo mondo perché spettinato quanto basta, scheletrico al punto giusto e vestito alternativamente come si deve.

Con "Phrazes For the Young" Julian Casablancas vuol far credere al grande pubblico di mostrare tutto il suo talento senza freni nè compromessi con la band; in effetti l'album può anche spiazzare, se ci si accinge ad ascoltarlo pensando che suoni come uno degli Strokes.
E' ricco di suoni sintetici, tastiere e batterie elettroniche che sostengono la classica voce sghemba di Julian che però manca di incisività ed energia. Sembra confezionato troppo frettolosamente e pubblicato prima ancora che potesse crescere e prendere un forma definitiva.

Le canzoni sono a metà tra il pop e il rock più becero e piacione che ci sia, basti pensare al singolo "11th Dimension", con quel ritornello così eighties, così orecchiabile quanto facilmente dimenticabile. Così fregatura. Per non parlare delle insostenibili "Glass" e "Tourist". Il bel Julian le tenta proprio tutte le strade, dal pop più easy fino ad improbabili e maldestri cenni country (?!?) in "Ludlow Street", punto più basso dell'intero disco, e blues in "4 Chords Of The Apolcaypse".

Il ragazzo non si è applicato abbastanza e ha mostrato tutta la mercanzia troppo in fretta.
Se questi sono i risultati, viene da chiedersi: "Julian, ma chi te lo ha fatto fare?"

Voto: 21/30

Eleonora Zeta Zarroni



Disturbati

Say Anything – Say Anything (RCA Records, 2009)

I Say Anything sono un gruppo pop-punk che nasce nel 2000 a Los Angeles come creatura del poco più che ventenne Max Bemis, dopo la consueta gavetta composta da un paio di ep ed un disco autoprodotti, nel 2004 firmano per la Doghouse Records ed incidono “…is a real boy”, che ottiene immediatamente ottimi riscontri sia di critica che di pubblico.
Inizialmente concepito per essere una rock opera che narra la storia di una band mediocre che giunge improvvisamente al successo, l’album è quasi interamente scritto e suonato da Bemis, di particolare importanza sono i testi che rimandano al disturbo bipolare che affligge il giovane frontman provocandogli ansia, paranoia e depressione.
In seguito pubblicano un album doppio nel 2007 "In defense of the genre", che però non convince del tutto.
Questa quarta ed ultima fatica della band, uscita a novembre di quest’anno, suona sorprendentemente matura e compatta, mantiene ottimi standard dall’inizio alla fine.
Soprattutto spiccano tra tutte l’iniziale “fed to death”, il singolo “hate everyone” e la schizofrenica “Mara and me”.
Un ottimo disco dunque, che esce fuori dai soliti schemi del “punkettino” americano degli ultimi tempi (quello alla Blink 182 per intenderci), principalmente per la capacità del gruppo di farsi influenzare da vari generi (indie, alternative e quant’altro) e che consiglio non solo agli appassionati.
25/30


The Antlers – Hospice (French Kiss, 2009)

Per comprendere gli Antlers bisogna raccontare la storia del newyorkese Peter Silberman. Giunto intorno ai vent’anni, si isola da tutto e tutti in un appartamento di Brooklin iniziando a comporre musica, ne uscirà un anno e mezzo dopo con una manciata di canzoni, tra cui quelle che pubblica sotto il nome di Antlers nel disco "In the attic of the universe" (2007), di ispirazione Sydbarrettiana.
Hospice è il terzo disco di quella che nel frattempo e’ diventata una vera e propria band, nato inizialmente come autoprodotto in seguito e’ stato rimasterizzato e pubblicato dalla French Kiss in agosto.
L’album risulta decisamente più cupo nelle tematiche rispetto al precedente, raccontando la storia di un uomo che vede morire la propria amata di cancro in un ospedale, ed è altrettanto oscuro nella musica e nelle melodie.
L’abilità di Silberman sta nel pescare a piene mani il meglio della musica indie dell’ultimo decennio e riproporlo in maniera originale e complessa, il disco infatti risulta estremamente vario: dal post-rock di "kettering" al singolo dalle derive folk "two" (per citare alcune canzoni),all’inizio può sembrare ostico, ma cresce incredibilmente col passare degli ascolti.
Una menzione particolare deve essere fatta per la traccia numero tre, Sylvia, sicuramente uno dei brani più belli che abbia ascoltato ultimamente.
Gran Disco.
28/30

Pucho

1 dicembre 2009

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione

BLK JKS - After Robots (Secretely Canadian, 2009).

E’ questa la musica del futuro? La musica che verrà dopo l’era dei robot? La musica che cerca di cancellare le categorie musicali, ma che compie un’operazione culturale molto più profonda del crossover? A tutte queste domande si è tentati di rispondere forse si, ascoltando “After Robots” dei sudafricani BLK JKS. Questa band di Johannesburg (Lindani Buthelezi voce e chitarra solista, Mpumi Mcata chitarra ritmica, Molefi Makananise basso, Tshepang Ramoba voce e batteria) definisce la sua musica come “Rock Dub Psichedelico”. Dietro la definizione di rock c’è l’amore per il metal e l’hard-rock; nascosto tra le pieghe della sigla dub troviamo certamente il reggae che flirta con l’elettronica, ma anche la musica etnica, il funky, il r&b: in definitiva il ritmo che viene dalla madre Africa. Nel definire la loro vicinanza alla psichedelica ci raccontano di una passione per l’improvvisazione, tipica del jazz e del Canterbury. C’è da chiedersi se tutte queste influenze non portino ad un eccesso di eclettismo. Il rischio c’è ma l’energia ,che a tratti si fa rabbia, e la tecnica nervosa dei musicisti riescono a domare la belva sonica di questa musica globale. L’inizio del disco è quasi un manifesto estetico:”Molalatladi” è un pezzo dal ritmo afro-beat che piazza un assolo di chitarra hard-psichedelico. “Banna Ba Modimo” possiede un ritmo da orchestra magrebina con fiati mariachi, mentre il canto e la base ritmica sembrano arrivare da un disco dei Wall Of Voodoo. Con “Standby” i ritmi si rilassano con una ballata canterburiana. “Lakeside”, brano epico con un bel cantato, ci ripropone il loro uso di ritmi sincopati con assolo finale di chitarra. “Taxidermy” è un pezzo hard con profumi spagnoleggianti. Per “Skeleton” ritorniamo alla definizione di rock dub psichedelico: il ritmo dub viene disturbato da iniezioni di hard-rock con chitarra acida. Il finale è affidato alla dolce “Tselane” che in un colpo solo riesce ad unire Ali Farka Tourè e i Tinariwen. Il disco più intrigante di questo 2009.

VOTO: 27/30

Massimo Daziani