13 aprile 2010

Saturday Night Live Fever

Due sabati, due concerti. Mi sono divertito più nello scegliere il titolo di questa recensione che nell’assistere a queste serate. Ho visto due gruppi che si possono definire le due facce della stessa medaglia di un certo indie-rock, in fondo sempre uguale a se stesso e quindi autoreferenziale. Andiamo a scoprire chi sono.

The Hidden Cameras – Circolo degli Artisti – Roma 03.04.10

Il gruppo canadese l’anno scorso ha fatto uscire Origin, Orphans, loro quarta fatica. Si tratta di un indie pop gigione e festaiolo che fa entrare il loro album in quell’oceano dei dischi “carini” di cui ci si dimentica nel giro di qualche settimana. Intendiamoci, hanno suonato bene per un’ora e quarantacinque minuti, Joel Gibb (che, a trentatrè anni, non si può definire proprio un ragazzino) è un ottimo front man e ha una bella voce, sono stati divertenti con le loro trovate da campus universitario, come bendarsi gli occhi durante l’esecuzione di un brano, però a lungo andare si faceva strada qualche sbadiglio, e nasceva spontanea questa domanda: ma quando crescete? (inteso anche come evoluzione musicale..). Musica per irrimediabili bamboccioni affetti da sindrome di Peter Pan.

VOTO: Carino-Niente Male


Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Karemaski – Arezzo 10.04.10

A parte qualche eccezione, tutta la critica di settore ha esaltato Kollaps Tradixionales, sesta (Gesù!) fatica dei canadesi Silver Mt. Zion, uscito recentemente per la Constellation. Forse l’emozione per la perdita di un grande artista come Vic Chesnutt, di cui i nostri sono stati peraltro ottimi accompagnatori, ha ben disposto i recensori ufficiali. Sta di fatto che l’ultimo disco è di una noia imbarazzante, in quel suo crogiolarsi in un post-rock minimalista, con visioni strazianti e apocalittiche a base di chitarre distorte, immancabili archi che fanno tanto decadente e la voce neniosa di Efrim Menuck. E dal vivo tutto questo è risultato ancora più amplificato...

VOTO: Molto Post-Rock, Molto Alternative




Massimo Daziani

10 aprile 2010

L’Insostenibile Leggerezza Dell’Essere Pop

The Besnard Lakes - Are The Roaring Night - Jagjaguwar 2010

Che il titolo della recensione non vi tragga in inganno: in questo splendido disco dei canadesi Besnard Lakes, non c’è nulla di facile e di banale. Anzi le influenze che si trovano nel loro sound sono molteplici e complesse: psichedelica dei primi Pink Floyd, shoegaze, post rock (con una attitudine al progressive), dream-pop, rock classico. Però il modo di maneggiare questo corposo magma sonoro è indiscutibilmente pop. Così anche brani lunghi e apparentemente intricati, come per esempio l’iniziale Like The Ocean, Like The Innocent, nelle sapienti mani della coppia (sia artistica che di fatto) Jace Lasek (chitarra e voce) e Olga Goreas (basso e voce) si trasformano in perfette canzoni pop. Ecco allora che l’ombra dei Beatles si confonde con le cascate chitarristiche shoegaze di Glass Printer. I Beach Boys sembrano flirtare con i Sonic Youth nella splendida Albatross cantata in maniera dolcemente indolente da Olga. Ancora il falsetto di Lasek, circondato da eterei cori, ci ricorda il miglior Brian Wilson nella dolce Chicago Train, che però a metà si anima improvvisamente in chiave rock con l’ingresso deciso di batteria e chitarra. Land Of Living Skies è invece un’epica ballata psichedelica ottimamente interpretata dalla Goreas. Il rock ruvido di And This Is What We Call Progress si impreziosisce della splendida vocalità di Lasek, sempre pronto a stupirci con i suoi interventi in falsetto. Light Up The Night e The Lonely Moan, rispettivamente una grande ballata rock cantata da Jace e un impalpabile pezzo dream-pop colorato dalla dolce ugola di Olga, chiudono degnamente una splendida raccolta di canzoni ben scritte e ottimamente suonate (giusto citare anche il resto della band: Kevin Laing alla batteria e Richard White alla chitarra).
E che l’ascolto sia con voi…

VOTO. 28/30

Massimo Daziani

2 aprile 2010

Il Primo Libro delle Odi di Oratio

Oratio - Ora Ti Ho - Malintenti Dischi 2009

Volendosi togliere il proverbiale sassolino dalla scarpa, mi viene da cominciare questa recensione ringraziando il cielo che ultimamente c'è una nuova generazione di artisti italiani che si ispira più alla nostra meravigliosa tradizione cantautoriale (Gaber, Tenco, Battisti, De Andrè, Battiato, Gaetano ecc.) piuttosto che al post-punk appenninico e provinciale di Lindo Ferretti (che mi sembra sempre più preoccupante nelle sue confuse esternazioni catto-leghiste). E Andrea Corno, in arte Oratio, proveniente da Barcellona Pozzo di Gotto, rientra decisamente in questo gruppo di musicisti che prendono ispirazione dai classici della nostra canzone d'autore. Ad un primo ascolto il nome che viene subito in mente è quello di Dente. Molte sono infatti le affinità con il cantautore di Fidenza. Forse anche troppe... Canzoni come Non guariremo Più, Dietro Le Quinte e Tre Cuscini sembrano uscite dalle sedute di "L'Amore Non E' Bello". Eppure, al di là di certe ingenuità stilistiche, il giovanotto ha talento e lo dimostra in brani come Una Parte Di Me con il suo bell'incedere country, Il Bianconiglio, Il Tabacchino E' Chiuso dove si intravede la vena ironica del grande Rino Gaetano o le ispirate Muoio e Ce Ne Andremo Via. In definitiva si tratta di un esordio incoraggiante di un'artista dalla scrittura vivace che fa ben sperare per il prossimo futuro.

VOTO: 26/30

Massimo Daziani

VIII Puntata di Notizie Sullo Stato Della Musica Nell'Età Della Pietra su Fusoradio


Eccoci giunti all'ottavo appuntamento consecutivo con Notizie Sullo Stato Della Musica Nell'Età Della Pietra insieme ai fidi OfO, Signorina Zeta e Puchos, autori di un programma altamente indie-cato.

A voi la scaletta dei pezzi che trametteremo oggi, 2 aprile, su FUSORADIO alle ore 16:30:

Lisa Germano - My secret reasons
The Hidden Cameras - In the Na
..And You Will Know Us by the Trail of Dead - Caterwaul
Deerhoof - Twin Killers
Caribou - Odessa
Amari - Girls on Vodka
Okkerville River - Our life is not a movie or maybe
Liars - No Barrier Fun
Dvno - Soldier in love
Psapp - The monster song
Why? - Whispers in to the Other
Syd Barrett - Baby Lemonade

A-S-C-O-L-T-A-T-E-C-I

Per ascoltare il podcast cliccate: qui

Il suonatore Terje

Terje Nordgarden live@Beba Do Samba, 01/04/2010, Roma

Ci sono un cantautore americano, uno norvegese e uno italiano che si mettono a suonare insieme e a sfottere Berulsconi. Sembra una barzelletta? No, almeno per chi ha assistito al prezioso concerto di ieri sera di Terje Nordgarden, cantautore norvegese made in Italy che attinge dalla migliore tradizione cantautoriale americana. Buckley, Drake, Elliot Smith, tanto per intenderci. Nel bel paese Terje ha passato quattro anni, qui si è fatto produrre il disco d'esordio nel 2003 da Benvegnù e nello stesso anno si è esibito nel main stage dell'ormai defunto festival Arezzo Wave.

Nordgarden scalda subito il pubblico, ci sa fare, e si vede da subito, da come imbraccia la chitarra. Canzone dopo canzone stabilisce un rapporto sincero col pubblico grazie a quella voce pulita, lineare e alle sue ballate in cui si fondono folk e blues e che arrivano dritte ai suoi ascoltatori che non possono far altro che partecipare. Battere le mani a tempo viene spontaneo. Mantiene sempre il contatto con chi è lì per ascoltarlo e, quando non gli sembra sufficiente il suo approccio, eccolo che si allontana dal microfono per far sentire la sua voce senza amplificazioni, nuda e cruda. Bellissima. Si vede che ha il piglio di chi ha suonato tanto dal vivo, in quei localini fumosi in cui si va sentire musica dal vivo non conoscendo il cantante di turno e, a fine serata, ci si ritrova sbronzi con lui al bancone. Sa intrattenere e non solo con buona musica. Parla e si confida: una canzone per una ragazza di Sorrento, storia finita male. Il grigiore di un inverno bolognese. Incita il pubblico a tenere alla larga Berlusconi, per quanto sia possibile, e gli dedica un'azzeccatissima "Stay Away", con tanto di coro di tutto il pubblico.

Fa tutto da solo Terje, suona, canta, si accompagna anche con l'armonica, come ogni cantautore che si rispetti, sovraincide con la chitarra più e più volte fino a creare suoni complessi nel modo più semplice possibile. Se sbaglia qualcosa nelle sue sovraincisioni, riparte da capo, non gli interessa la forma, non nasconde l'errore, vuole che il suono sia quello che ha in mente. E se qualcuno parla a voce troppo alta disturbandolo, si ferma, lo rimprovera e ricomincia a cantare. Improvvisa con il pianoforte solo una canzone e, nonostante la mancanza di tecnica, riesce a farsi apprezzare anche in questo frangente, perchè fa della semplicità la sua cifra stilistica. La semplicità di chi sa comunicare con profondità il suo vissuto con i pochissimi mezzi a disposizione e un songwriting fluido e sempre ben costruito.
A fine concerto dà l'ennesima prova di conoscere bene il nostro paese, non solo per le invettive contro il presidente del consiglio, ma anche con un omaggio a De Andrè, "Il suonatore Jones", solo la scelta gli rende onore.

In attesa del suo nuovo disco, in uscita il prossimo autunno, ringraziamo calorosamente il menestrello norvegese.

Voto: 28/30

Eleonora Zeta

1 aprile 2010

Il bicchiere mezzo pieno...

Lisa Germano & Philip Selway (Radiohead) live @ Circolo degli artisti, Roma 31/3/2010

Per dimostrare che i Radiohead hanno fatto più danni della grandine sopratutto a livello di Glamour (la ghigliottina per me è quasi pronta!) è stato sufficiente partecipare alla serata di ieri. Cartina di tornasole è quella parentesi posta a fianco del nome Philip Selway che ha fatto sì che il Circolo fosse (im)prevedibilmente pieno imballato, con buona pace del nostro Massimo Daziani (uno dei più grandi fan di Lisa Germano in circolazione) che sfortunatamente mi ha comunicato via telefono che per lui non ci sarebbe stato posto(!) all'interno. Sold Out(!!).
Per farla breve, un 30% degli spettatori (quelli veri, eccheccazzo..) era venuto per godersi la divina Lisa, il “restante” 70% era venuto per farsi una serata very cool (quelle alle quali non puoi proprio mancare) per "godersi" il sedicente batterista dei Radiohead, senza sapere chi fosse o cosa realmente li aspettasse! Esempi calzanti? Accanto a me volavano frasi del tipo: “Ma è lui? Ma non c’aveva i capelli?”, “… eh si, fa proprio musica americana tipo i Radiohead (?)”, “Guarda buffo questo basso!” (ehm…è un contrabbasso, coglione).
Risultato finale: un casino della madonna all'inizio – la gente faceva a cazzotti per arrivare in prima fila - platea mezza vuota alla fine!

Ma veniamo alla cronaca.
Sul Palco salgono in quattro: Lisa al piano, Selway sornione seduto a guardare, un bassista e un violinista. Comincia la signora del folk e subito la pelle si accappona. Lisa è una sirena, un’artista a tutto tondo che ti attrae con la sua voce e con la sua straripante libertà creativa e compositiva: t’incanta e ti sconquassa quando prende la chitarra e la suona sgarbatamente con un approccio (post)punk e sbrodolone che neanche Townshend, ti sorprende quando stupra il piano con dei sincopati che di ritmico non hanno nulla, se non il battito del tuo cuore, t’iptonizza con quella cristallina voce che nessun effetto computeristico potrebbe mai lontanamente alterare o replicare (se possibile, ancora più bella e delicata che su disco).
Poi è la volta del ragioniere dell’Alt. Folk Philip Selway. Mediocre nel canto, nelle composizioni, nel suonare la chitarra; un impiegatino della musica messo li, a caso, ardito nel volersi vendicare di tanti anni di oscurità all’ombra dei suoi colleghi-compagni più affermati (Yorke, Greenwood) ma che finisce solo per palesarsi in quella parentesi che lo accompagna accanto al nome. Philip è quella “parentesi”, se ne faccia una ragione e torni dietro la sua scrivan... ehm.. batteria!
La serata purtoppo si alterna così, tra le stelle e le stalle: una manciata di canzoni di Lisa e un po’ di pezzi di Phil (troppi, SIGH!). Ma chi l’ha studiata così sta serata?
L’amaro in bocca è tanto! Lisa ti prego torna…. da sola però sto giro!!!

Scrutini Finali:
sig.ra Lisa Germano 28/30
sig. Philip Selway bocciato

OfO